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Al confine

Al confine tra il mondo della fotografia e il mondo dell’arte c’è uno spazio all’interno del quale convivono due linguaggi. La fotografia è arte in mille modi diversi. È arte quando pensiamo all’arte come téchne e quando pensiamo alla fotografia come segno indicale. L’arte plastica e l’arte visiva hanno una loro storia. La fotografia è fotografia e ne ha ormai una propria. Considerando questa convivenza per le creature che da essa si generano, non possiamo che rallegrarci. Nessuna lotta, nessun conflitto. Il famoso combattimento per il campo dell’immagine si era già chiuso nell’Ottocento. La macchina fotografica riproduce il mondo secondo il sistema della prospettiva rinascimentale. Ma se è vero che nel Novecento sia l’arte che la fotografia si sono affrancate da questo sistema, è anche vero che sono rimaste per molto tempo ancorate alla logica del quadro. La versatilità, la capacità rigenerativa, l’eterogeneità del linguaggio fotografico nascono dal suo aderire alla realtà e alla vita di tutti i giorni, da questo suo penetrare in ogni ambito e anfratto cognitivo e performativo. A questo suo essere tutto e niente attingono i creativi che nel confine tra due mondi trovano diverse e rinnovate modalità di espressione e presenza.

La fotografia nell’opera di Marguerite Duras.

Più Duras si allontana dalla forma tradizionale del romanzo, più si avvicina ad una poetica del frammento, e più i linguaggi nella sua opera si confondono, sconfinano in un intreccio di parola e immagine che si lascia alle spalle la fotografia di famiglia con il suo retaggio di morte, trasformandola nell’opera viva di uno stile e di una produzione ineguagliabile.

Il postmediale: Rosalind Krauss, ad esempio.

Dopo la routine creativa rimasticata da Seth Godin, scopro studiosi nostrani che scrivono di postmedialità. Non so cosa siano la “condizione postmediale” e il “disagio postmediale”, ma so cos’è l’arte nell’era postmediale perché ne ha data definizione Rosalind Krauss decenni or sono. Il medium di cui scriveva Krauss non ha niente a che fare con i media (mezzi o strumenti di informazione) di cui scrivono gli studiosi di cui sopra…

Christian Boltanski: la memoria, la fotografia, l’archivio.

Pochi artisti hanno saputo cogliere come lui il senso della fotografia nelle società occidentali. Una produzione sobria, che si dipana attorno a pochi temi, alla ricerca di quel punto di equilibrio in cui l’individuo si scorge, al cuore dell’umanità tutta, uguale e diverso, uno e plurimo, discendente ultimo di una progenie che emerge nel ricordo, annullando la profondità del tempo. Siamo troppi e ci perdiamo, ma ci teniamo e ci cerchiamo, come i nomi negli elenchi degli abbonati del telefono.