Blog » Al confine

Al confine

Al confine tra il mondo della fotografia e il mondo dell’arte c’è uno spazio all’interno del quale convivono due linguaggi. Il linguaggio che a noi interessa si caratterizza per le proprie specificità mediali. La fotografia è arte in mille modi diversi. È arte quando pensiamo all’arte come téchne e quando pensiamo alla fotografia come segno indicale. L’arte plastica e l’arte visiva hanno una loro storia. La fotografia è fotografia e ne ha ormai una propria. È una questione che riguarda media differenti. Considerando questa convivenza per le creature che da essa si generano, non possiamo che rallegrarci. Nessuna lotta, nessun conflitto. Il famoso combattimento per il campo dell’immagine si era già chiuso nell’Ottocento. La macchina fotografica riproduce il mondo secondo il sistema della prospettiva rinascimentale. Ma se è vero che nel Novecento sia l’arte che la fotografia si sono affrancate da questo sistema, è anche vero che sono rimaste per molto tempo ancorate alla logica del quadro. Nella seconda metà del secolo scorso gli storici e i teorici dell’arte hanno riscoperto Charles Sanders Peirce e hanno studiato la logica indicale che caratterizza i procedimenti fotografici. Corollario del fotografico come segno indicale è la sua appartenenza al mondo della contingenza di cui costituisce il prelievo. La versatilità, la capacità rigenerativa, l’eterogeneità del linguaggio fotografico nascono da questo suo aderire alla realtà e alla vita di tutti i giorni, da questo suo penetrare in ogni ambito e anfratto cognitivo e performativo. A questo suo essere tutto e niente attingono i creativi che nel confine tra due mondi trovano diverse e rinnovate modalità di espressione e presenza.

Christian Boltanski: la memoria, la fotografia, l’archivio.

Pochi artisti hanno saputo cogliere come lui il senso della fotografia nelle società occidentali. Una produzione sobria, che si dipana attorno a pochi temi, alla ricerca di quel punto di equilibrio in cui l’individuo si scorge, al cuore dell’umanità tutta, uguale e diverso, uno e plurimo, discendente ultimo di una progenie che emerge nel ricordo, annullando la profondità del tempo. Siamo troppi e ci perdiamo, ma ci teniamo e ci cerchiamo, come i nomi negli elenchi degli abbonati del telefono.

László Moholy-Nagy e il fotogramma: creare con la luce, tra arte, tecnologia e politica.

Uno dei più grandi artisti del Novecento. Forse l’unico che sia riuscito a creare una tassonomia della fotografia senza apparire ridicolo. Pensava il lavoro creativo come una necessità biologica, integrata alla vita degli individui e della collettività. Ha esplorato il mezzo fotografico come pochi altri, senza mai pensare di poter creare un limite tra la fotografia e altre forme di espressione creativa. Rifiutava il termine utopia e si considerava un instancabile pioniere.

Edgar Degas e la fotografia: un rapporto al di là delle regole e del referente.

È noto il legame esistente tra gli impressionisti e la fotografia. È noto quanto la fotografia abbia segnato lo stile compositivo di Degas. Meno nota è l’attività fotografica di Degas e la relazione tra l’avvicinamento di Degas alla fotografia e il suo allontanamento dalle poetiche impressioniste. La fotografia di Degas, infatti, sembra legarsi al Simbolismo. A quella corrente avversa sia all’Impressionismo che alla fotografia stessa. Ne scriveva Douglas Crimp, già nel 1978.