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Al confine

Al confine tra il mondo della fotografia e il mondo dell’arte c’è uno spazio all’interno del quale convivono due linguaggi. La fotografia è arte in mille modi diversi. È arte quando pensiamo all’arte come téchne e quando pensiamo alla fotografia come segno indicale. L’arte plastica e l’arte visiva hanno una loro storia. La fotografia è fotografia e ne ha ormai una propria. Considerando questa convivenza per le creature che da essa si generano, non possiamo che rallegrarci. Nessuna lotta, nessun conflitto. Il famoso combattimento per il campo dell’immagine si era già chiuso nell’Ottocento. La macchina fotografica riproduce il mondo secondo il sistema della prospettiva rinascimentale. Ma se è vero che nel Novecento sia l’arte che la fotografia si sono affrancate da questo sistema, è anche vero che sono rimaste per molto tempo ancorate alla logica del quadro. La versatilità, la capacità rigenerativa, l’eterogeneità del linguaggio fotografico nascono dal suo aderire alla realtà e alla vita di tutti i giorni, da questo suo penetrare in ogni ambito e anfratto cognitivo e performativo. A questo suo essere tutto e niente attingono i creativi che nel confine tra due mondi trovano diverse e rinnovate modalità di espressione e presenza.

Afferrare la vita: Jacques Henri Lartigue, Nan Goldin e The ballad of sexual dependency.

Confrontare il modo in cui la fotografia è stata utilizzata da Nan Goldin e da J. H. Lartigue, due autori che operano in situazioni e in epoche diverse, ma a partire da problematiche esistenziali simili, permette alla forma diaristica di rivelarsi come forma espressiva connaturata sia al medium fotografico che a quello scrittorio. Parallelamente, lo spostamento dell’attenzione dal contenuto al medium, consente la riemersione di quello che è il più vero e profondo senso della Ballad.