Ugo Mulas e Michael Snow
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Ugo Mulas e Michael Snow: due ritardi allo specchio. Riflessioni dagli anni ’70.

Ci sono due autori, Michael Snow e Ugo Mulas, e ce n’è un terzo che funge da catalizzatore. Il catalizzatore è Gianni Berengo Gardin che mi ha colpito, tempo fa, con un’affermazione sulle Verifiche di Ugo Mulas. Si trattava di una conferenza registrata allo IED di Milano e resa disponibile sul canale Youtube di Tau Visual. Ho guardato il video e ho gustato le parole e le fotografie di Berengo Gardin fino all’ultimo. Alla fine è arrivata dal pubblico la fatale domanda.

Berengo non fa sconti: le Verifiche di Ugo Mulas sono il lavoro di un uomo malato che, avendo perduto la possibilità di fotografare sul campo, lavora in camera oscura riflettendo amaramente sul passato. Sono un testamento triste e i discorsi sull’analisi del mezzo pura demagogia. Che le Verifiche nascano dalle condizioni di salute di Mulas non è un segreto, ma che io sappia nessuno ne ha mai sminuito in modo così deciso il valore di ricerca.

Chi ha una formazione storico-artistica e ha imparato a considerare l’ultimo lavoro di Mulas come un caposaldo nella storia della fotografia contemporanea può passare oltre le affermazioni di Berengo Gardin. Oppure può tornare sulle Verifiche di Ugo Mulas per rivedere i propri concetti e le proprie posizioni. Per chi crede che Gianni Berengo Gardin, al di là di alcune sacrosante rigidità, sia uno dei più acuti interpreti della fotografia del Novecento passare oltre riesce difficile. La seconda soluzione rimane l’unica praticabile.

Michael Snow, autore poliedrico e intermediale

Da più di cinquant’anni Michael Snow è presente sulla scena dell’arte contemporanea con dipinti, sculture, fotografie, film, libri, ologrammi, proiezioni, installazioni, registrazioni musicali, spettacoli. Si fece conoscere in Canada con la serie Walking Woman, che iniziò nel 1961, e raggiunse la fama internazionale alla fine degli anni ’60 con un film rivoluzionario, intitolato Wavelength, realizzato nel 1966–67.

L’opera che ci interessa si chiama Authorization; è un lavoro del 1969 e viene considerato dalla critica come una rappresentazione dell’atto fotografico.

Authorization

Su uno specchio incorniciato Snow ha applicato del nastro adesivo grigio. Con il nastro ha formato un rettangolo al centro della superficie specchiante, sufficientemente grande da contenere quattro Polaroid. Una quinta Polaroid, che servirà a riprendere il lavoro finito, sarà incollata nell’angolo in alto a sinistra dello specchio.

Snow ha posizionato la fotocamera in modo che si riflettesse al centro del rettangolo. Guardando attraverso la macchina fotografica ha scattato una prima fotografia che ha incollato nell’angolo in alto a sinistra del rettangolo formato dal nastro. L’immagine prodotta è sfocata perché Snow ha messo a fuoco l’obiettivo sull’immagine riflessa della macchina e del proprio viso. In questo modo ha infranto la regola secondo la quale nel fotografare un’immagine riflessa nello specchio si dovrebbe mettere a fuoco sulla superficie specchiante (in questo caso il nastro o la cornice) e non sul riflesso stesso.

Snow ha eseguito la stessa operazione per quattro volte di seguito. Nelle quattro Polaroid scattate, l’immagine del suo volto e della macchina fotografica risulta via via più sfocata. Nella quinta Polaroid, quella posizionata nell’angolo in alto a sinistra, che rappresenta il rettangolo centrale ormai riempito di fotografie, la cancellazione dell’uomo e della sua macchina è completa. Snow non può più vedere la propria immagine riflessa nello specchio e la Polaroid che dovrebbe mostrare lo stato delle cose al termine del lavoro è essa stessa sfocata e indecifrabile.

La scelta della Polaroid non è casuale. Per Snow era fondamentale poter integrare l’immagine nell’opera immediatamente dopo averla prodotta. È un accumularsi di atti, di gesti che vengono “autorizzati” a esistere dall’atto successivo. Accade lo stesso in pittura, quando si aggiungono pennellate a un quadro, oppure in scultura quando si modifica la forma alla quale si sta lavorando.

Authorization di Micheal Snow: la lettura di Philippe Dubois

Philippe Dubois, nell’introduzione al saggio L’atto fotografico, scrive di Authorization mettendone in evidenza il fattore di progressione cronologica: le cinque Polaroid restituiscono la storia dell’opera nello stesso momento in cui la fanno.

Se lo specchio ci offre una rappresentazione di noi stessi che è sempre al presente, riflette Dubois, la fotografia rimanda sempre ad un momento anteriore. Come insegna Duchamp, la fotografia è sempre in ritardo. Nell’atto di fotografare il proprio volto allo specchio lo si annulla, lo si sposta in un tempo anteriore (è il tema della pietrificazione, lo stesso affrontato da Barthes), lo si cancella, così come le quattro Polaroid riempiendo il campo al centro dello specchio impediscono a Snow di rispecchiarsi e di vedersi al presente. Più Snow cerca di registrare la propria immagine più questa sarà cancellata.

Per Dubois l’opera di Michael Snow rappresenta la dissoluzione totale del soggetto mediante e nell’atto fotografico. La fuga dalla cancellazione, la fuga dal tempo che scorre, la volontà di recuperarlo non fanno altro che aumentare la distanza.

Le Verifiche di Ugo Mulas

Riguardando le Verifiche di Ugo Mulas e rileggendole dopo molti anni, il ridimensionamento del loro valore, in assoluto e nel contesto della produzione fotografica di Mulas, avviene per via naturale. O forse avviene a seguito di più approfonditi studi, di un numero maggiore di fotografie viste, insomma, per una via culturale che è solo apparentemente naturale. E avviene soprattutto se le si confronta con il lavoro precedente di Ugo Mulas e con la testa sgombra da preconcetti acquisiti attraverso la frequentazione dell’arte concettuale e dei suoi interpreti.

Gli autoritratti: Verifica n° 2 e Verifica n° 13

Le Verifiche che qui ci interessano, perché sono in rapporto con Authorization di Snow, sono i due autoritratti. Nel primo (Verifica n° 2), Mulas fotografa una parete con un piccolo specchio appeso. All’interno dello specchio si riflette il suo volto, quasi completamente nascosto dalla fotocamera. Alle sue spalle, la luce che penetra dalla finestra proietta la sua ombra sul muro. La figura di Mulas viene doppiamente disegnata dalla luce, ma in entrambi i casi il suo volto rimane nascosto. Vale la pena ricordare che il tema dell’ombra, come quello delle superfici specchianti, è una specie di luogo comune in ambito fotografico.

La macchina cancella il viso del fotografo. Il suo funzionamento è retoricamente sintetizzato nell’ombra disegnata sulla parete, ma la macchina è anche una barriera da superare. È Mulas stesso ad ammettere di essere ossessionato dalla propria presenza/assenza durante l’atto fotografico: la macchina è lo strumento che lo esclude nel momento in cui sarebbe altrimenti presente. Nelle parole di Ugo Mulas (La fotografia, Einaudi 1973) il tema ritorna frequentemente. Non c’è volontà di presenza, c’è però l’interrogarsi sul senso dell’assenza.

Il tema della cancellazione ritorna nell’autoritratto con Nini (Verifica n° 13) dove il volto di Mulas risulta fuori fuoco. Secondo Merleau-Ponty, scrive Mulas, c’è una sola parte che l’uomo non riesce a vedere di sé mentre guarda: il viso. Le fotografie, la memoria, gli specchi, offrono immagini imprecise. Negli autoritratti questa realtà non muta e uno specchio posizionato davanti alla macchina fotografica è uno stratagemma ingenuo perché inserisce un terzo elemento spurio in un dialogo a due.

La cancellazione dell’autore

La cancellazione del volto dell’autore è metafora di una dicotomia: la parte tecnologica del procedimento fotografico è barriera all’agire autoriale, ma è anche protesi alienante rispetto al qui e ora.

L’argomento può essere studiato nei suoi aspetti storico-artistici fino ad affrontare il tema della scomparsa dell’autore tout court, che a partire da Duchamp è uno dei temi più cari a tutta la seconda avanguardia novecentesca. A quei tempi l’arte amava ragionare su se stessa, sui propri strumenti linguistici e il medium fotografico veniva considerato come uno di questi strumenti ancorché privilegiato grazie ad alcune sue peculiarità.

Mantenendosi entro i confini del medium fotografico senza cadere nelle aporie dell’arte concettuale si può ragionare su quell’elemento che, seppure in qualità di terzo incomodo, si trova a essere presente sia nell’opera di Michael Snow sia nel primo autoritratto di Ugo Mulas.

Sto pensando all’idea della fotografia come specchio. Lo sapete tutti no? C’è chi pensa alla fotografia come a uno specchio e chi la vede come una finestra aperta sul mondo. La distinzione tra questi due modi di rapportarsi all’immagine fotografica è stata formalizzata da Szarkowsky con la mostra Mirrors and Windows, tenutasi al MoMA nel 1978.

Chi autorizza cosa?

Possiamo avvicinare Authorization e i due autoritratti di Mulas considerandoli come una riflessione sulla fotografia come specchio dell’autore. Secondo Philippe Dubois ogni fotografia include l’atto della sua ricezione. In Authorization l’osservatore rientra nel meccanismo di autorizzazione riconoscendo l’alienazione dell’autore e autorizzandolo anche in questa operazione di parziale annullamento.

Lo spettatore che osserva Authorization non può specchiarsi. Ponendosi di fronte allo specchio di Snow si trova di fronte non il sé presente, ma l’autore assente a se stesso. Allo stesso tempo autorizza con la sua sola presenza e con l’osservazione dell’opera il procedimento che l’opera rappresenta. Stai guardando me dice Snow, sono io l’autore; tu, con la tua presenza, puoi riflettere un po’ di te stesso, ma solo ai bordi. Per il resto vedi me, ma è un me sfocato, sempre più sfocato, c’è qualcosa tra me e la rappresentazione di me, c’è qualcosa che mi allontana da me.


Letture suggerite

  • Dubois, Philippe. L’atto fotografico. Quattroventi, 1996.
  • Mulas, Ugo e Paolo Fossati (a cura di). La fotografia. Einaudi, 2007.
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