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Campo base

Al campo base si torna, durante le escursioni, a tracciare appunti e a prender nota. L’universo fotografico che abitiamo è grande ed è tutto da esplorare. Si può scrivere di un autore che si conosce organizzando i dati in sezioni, riutilizzando uno stesso schema o modificandolo parzialmente. Si sa dove il sentiero conduce e come tornare. Oppure si può scrivere di un libro già letto, di una mostra, di un evento, di un festival visitato: l’argomento, comunque si decida di suddividere il testo, qualunque stile si scelga o si debba applicare, non può che iniziare e concludersi nello spazio tra un incipit e un explicit a partire da informazioni già note. Può capitare, tuttavia, di avventurarsi senza sapere fino a quando sarà possibile percorrere sentieri già tracciati. Quando si esce dai soliti percorsi è meglio non allontanarsi: si rischia di non ritrovare la via del ritorno. Il campo base serve a questo. Non è casa, ma nemmeno bivacco. Si riordinano le informazioni prima di esplorare il territorio in nuove direzioni. Una volta raccolti dati sufficienti, sull’area che circonda il campo entro un determinato perimetro, si saprà esattamente dove spostare il campo per l’escursione successiva. È così quando si affrontano questioni teoriche complesse, oppure autori e argomenti nuovi: non si può fare altro che presentarli in modo parziale. Per approssimazione. È anche un approccio strategico a dir la verità: da un certo numero di scritti parziali è possibile derivare qualcosa di più corposo. C’è chi le approssimazioni le tiene nel cassetto, i blogger le condividono.

Il libro fotografico in Italia, dal dopoguerra agli anni Settanta. Di Miryam Criscione.

Miryam Criscione, docente dell’Accademia di belle arti di Ragusa, pubblica con Postmedia books una ricerca che allo studio delle fonti d’archivio affianca quello delle fonti critiche per ricostruire le vicende e le dinamiche editoriali che hanno caratterizzato lo sviluppo del libro fotografico d’autore in Italia, dal secondo dopoguerra agli anni ’70. L’indagine, si legge in quarta di copertina, “giunge a colmare una lacuna” nell’ambito degli studi sulla storia del fotolibro in Italia aprendo una nuova visuale su figure e situazioni sino a oggi trascurate dalla storiografia ufficiale.

Fotografia digitale: diciamo che i numeri li avrebbe…

Sembra che la smaterializzazione, con le sue importanti conseguenze, sia stata l’unica rivoluzione apportata dal digitale. Comunque la si veda, a me sembra che pensare i due sistemi come diversi, a parte la necessaria “posa”, possa aiutare i fotografi a ripensare la propria pratica fotografica. Agli storici, ai critici e ai teorici, che siano fotografi o no, il digitale ha offerto l’occasione per mandare in pensione le vecchie formule apodittiche, per ripensare i paradigmi, i linguaggi, le parole.

I fotografi del bar delle Antille, pardon, Jamaica.

È alla Braida del Guercio, il Bar Jamaica. Ci sono le piastrelle bianche, un bancone di legno e un cortiletto esterno con i tavolini malmessi e le sedie mal prese. Ci trovavi seduti i pittori, per nulla capelluti come vorrebbe farci credere Luciano Bianciardi. Tra i fotografi, all’inizio degli anni Cinquanta, oltre ad Alfa Castaldi, Mario Dondero e Ugo Mulas, ci trovavi Giulia Niccolai, Jacqueline Vodoz e Carlo Bavagnoli. Alcuni proseguirono, altri cambiarono mestiere.