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I fotografi del bar delle Antille, pardon, Jamaica.

8 minuti

Al bar Jamaica ci sono le piastrelle bianche e un bancone di legno, dice Uliano Lucas.1 Il cortiletto esterno con i tavolini malmessi e le sedie mal prese lo conoscevo già perché lo si vede sempre, nelle fotografie. Ci trovavi seduti i pittori, niente affatto capelluti, come vorrebbe farci credere Bianciardi.2 È alla Braida del Guercio, il “bar delle Antille“, in quella zona di Milano che oggi conosciamo come Brera. Ai tempi di Bianciardi era frequentato da gente di tutte le estrazioni sociali. Sembra però che i clienti più facoltosi smettessero presto di usarlo come ritrovo perché ciò che vi ritrovavano, ogni volta, era solo l’avventore in bolletta che chiedeva soldi a chi ne aveva di più.

La vita agra

Un avventore come l’immigrato toscano della Vita agra, anarchico in missione dinamitarda, che si lamentava perché di domenica il bar Jamaica era chiuso e alla conta delle sigarette giornaliere ne mancava giusto quel paio che nei giorni feriali avrebbe potuto scroccare lì. Occupava una stanza ammobiliata al terzo piano del numero 8, in una via che aveva un nome risorgimentale e iniziava dove finiva Via della Braida. Nella stanza a fianco ci stavano Mario Dondero e Ugo Mulas, insieme a un basco, giocatore di pelota afflitto da tosse cronica, che si chiamava Aldezabal.

Quando Mulas iniziò a frequentare il bar Jamaica non sapeva che sarebbe diventato fotografo. Frequentava un corso serale all’Accademia. Un giorno qualcuno gli mise in mano una macchina fotografica, in testa un paio di indicazioni tecniche e Mulas diede inizio alla propria carriera come reporter. Fotografava la Milano dei messi peggio, Mulas. Quelli che dormivano in periferia, quelli che vivevano in Stazione Centrale, quelli della Braida, con uno stile a metà tra il realismo lirico francese e il reportage americano.

Tra i fotografi del bar Jamaica, all’inizio degli anni Cinquanta, oltre ad Alfa Castaldi, Dondero e Mulas c’erano Giulia Niccolai, Jacqueline Vodoz e Carlo Bavagnoli3. Alcuni proseguirono, altri cambiarono mestiere. Mulas non cambiò, ma sopportava a fatica i compromessi cui doveva sottostare come reporter. Decise di offrirsi alla moda e alla pubblicità per guadagnare a sufficienza e dedicare il tempo libero ai progetti personali, alla documentazione, all’arte e agli artisti. Carlo Bavagnoli, innamorato del racconto, restò reporter. Dopo un periodo di collaborazione riuscì a farsi assumere dall’editore di Life, grazie a uno stile personale che si allontanava dal neorealismo e si avvicinava alla narrazione curiosa e partecipe, tipica delle riviste illustrate americane. Dondero no, lui rimase indipendente.

La valigia di Alfa

Negli stessi anni, a Venezia, i fotoamatori che frequentavano il negozio dei fratelli Vasken e Rant Pambakian guardavano alla letteratura, ai libri d’arte, al cinema e alla grafica degli anni Trenta; i futuri fotografi del bar Jamaica invece guardavano al giornalismo. C’era una valigia che girava tra i frequentatori del bar; era di Alfonso Castaldi e conteneva fotografie di Cartier-Bresson, Werner Bischof e Robert Capa. “Era la prima volta che vedevamo quelle fotografie. Ci fecero grande impressione”, dice Dondero in Lo scatto umano.4 Le immagini di Robert Capa con la loro semplicità, l’assenza di ricercati effetti estetici e la scarsa accuratezza tecnica furono determinanti per le scelte future, stilistiche e professionali, di Mario Dondero.

Ai tempi della valigia di Castaldi, Dondero era ancora cronista di nera. Aveva iniziato a occuparsi di giornalismo per continuare a svolgere, dopo l’esperienza come staffetta partigiana in Val d’Ossola, un’attività che sapesse di servizio civile. Collaborava con i quotidiani di sinistra, come L’Avanti o come Lavoro Nuovo, quotidiano socialista genovese diretto allora da Sandro Pertini, dove pubblicò nel 1951 un reportage dedicato alla Casa di riposo per la gente di mare di Camogli, a cui la redazione diede grande evidenza.5

L’interpix

L’agenzia di riferimento per i fotografi del bar Jamaica era l’Interpix.

Alla Mondialpicts comandava un ragioniere con gli occhiali, basso e tondo che si tratteneva il cinquanta per cento su tutto il fatturato, e in cambio dava a nolo le macchine e i rotolini, anticipava le spese e prestava la camera oscura per lo sviluppo. Nient’altro: i servizi ciascun fotografo doveva cercarli da sé, girando per le redazioni, inventarli, con la speranza che poi qualcuno li comprasse. E il ragioniere tratteneva il cinquanta per cento più le spese.

(L. Bianciardi, La vita agra.)

Era vita agra, insomma.

Mario Dondero

Un giorno, nel novembre del 1951, Dondero si addormentò sul treno Roma-Milano risvegliandosi agganciato a quello su cui viaggiava il presidente della repubblica Alcide De Gasperi, diretto nel Polesine appena alluvionato.6 Fu il suo primo reportage fotografico, viatico per un cambiamento anche economico che avvenne con l’assunzione a Le ore, da poco fondata da Trevisani, Prunas e Cappelli.

Era una rivista settimanale interessante, sperimentale dal punto di vista dell’immagine, ma niente, nel 1954 Dondero diede le dimissioni e si trasferì a Parigi. Ritrovò l’ambiente bohémien del bar Jamaica all’Old Navy di Montparnasse frequentato dagli intellettuali di sinistra. Teneva i contatti con la stampa francese e con quella italiana.

Nel 1961 trascorse un breve periodo a Londra dove frequentò Romano Cagnoni e conobbe Simon Guttmann, il mitico fondatore dell’agenzia Dephot. Ma l’Inghilterra non gli era congeniale e nel 1962 era già di ritorno in Italia. Entrò in contatto con il gruppo romano di fotografi animati dal futuro gallerista Plinio de Martiis, dediti come Dondero e Bavagnoli alla fotografia di impegno sociale. Negli anni sessanta sposò Annie Duchesne e acquistò una casa a Fermo, nelle Marche.

Ci sarebbe da dire dei viaggi e dei reportage in Africa, in Spagna, in Grecia, in Russia, a Cuba (una mostra sui reportage cubani venne organizzata nel 1996 a Genova dalla Compagnia Unica del Porto, di cui Dondero era membro onorario), a Praga dove fotografò la primavera, non la sua repressione. Nel 2004 era in Afghanistan con Emergency, a fotografare gli ospedali. Ovunque Dondero riusciva a essere partecipe e a far entrare l’osservatore nella storia che aveva deciso di raccontare, con una fotografia istintiva, poco curata, generata, si potrebbe dire, dal rapporto con la realtà e con le persone.

Carlo Bavagnoli

Bavagnoli era diverso, il suo amore per il racconto non escludeva la ricerca di un’estetica dell’immagine da perseguire con ogni mezzo per fini espressivi. La doppia esposizione in San Pietro, in occasione della morte di Papa Giovanni XXIII, gli valse, quell’anno, l’editoriale sul numero 25 di Life e l’ingresso stabile tra i dipendenti della popolare rivista. Ma la bravura di Bavagnoli era fatto consolidato da tempo: Life non fece che scoprire, come si dice, l’acqua calda. Sin dal 1958 aveva offerto un rapporto di collaborazione a un autore già formato che in Italia neppure Epoca, l’illustrato italiano per eccellenza, aveva saputo valorizzare.

Lavorando nella redazione romana di Epoca, tra il 1956 e il 1958, Bavagnoli aveva avuto modo di fotografare la città, sperimentando uno stile che divenne inconfondibile e che ebbe notevole influenza sul neorealismo italiano. L’esperienza sfociò nel libro fotografico Gente di Trastevere. Le fotografie di Bavagnoli erano potenti e dirompenti ma scevre da pietismi e sentimentalismi. Era una fotografia secca, poco lirica, poco francese. La vita dei quartieri popolari romani poteva, grazie alla sua visione, tornare a mostrarsi nella sua quotidianità. Non solo stenti e disagi, ma anche risate, allegria e gioviali rapporti; individui e gruppi colti nella loro dignità, non necessariamente corrispondenti agli stereotipi che gli ideologi di sinistra tendevano a diffondere.

Ugo Mulas

E Mulas, che dire di Mulas? Pochi come lui hanno indagato il rapporto tra l’autore e il suo mezzo espressivo che in ambito fotografico è, come fa notare Lucas, rapporto tra linguaggio e traccia. Lo snodo centrale è nel rapporto tra l’autore e lo strumento, un rapporto che Mulas ha esplorato documentando le ragioni del fare artistico, la genesi dell’opera e il procedere dell’artista, un po’ alter ego per lui, un po’ specchio.

Erano gli anni della Pop. Quando sarà tempo in Italia di ripercorrere le strade di Mulas, quando saranno le nuove generazioni degli anni Settanta a indagare gli strumenti, i linguaggi, smontandoli e analizzandoli sarà Mulas ad allontanarsi, troppo rispettoso nei riguardi di quel mezzo e quel mondo che è la fotografia per assecondarne gli usi impropri da parte di ambienti capaci di marginalizzarlo. La vita volle impedirgli di tornare a fotografare Milano e per noi, questa, resta una grande perdita.

Si volterà allora Mulas a rielaborare attraverso le Verifiche il proprio percorso. Lo specchio farà ritorno nell’autoritratto dedicato a Lee Friedlander, un altro autore che non ha mai smesso di ragionare sulla fotografia come “discorso in prima persona”, sulla presenza del fotografo nel processo conoscitivo, attraverso le ombre, i riflessi. Processo conoscitivo, sì. Perché per Mulas: “la fotografia non ha nessun percorso, ha una spazialità, ha un’espansione da un centro a una periferia”. Al polo opposto di una fotografia che è racconto, sovrapponibile (ma è solo illusione) a quello cinematografico, c’è questa fotografia di Ugo Mulas, che è pensata, studiata.

… e “le altre”

Piacerebbe a questo punto occuparsi di Jacqueline Vodoz e di Giulia Niccolai, ma con loro, donne, è più difficile. Li devi andare a cercare i materiali, perché non ti capitano facilmente sottomano. Bisogna anche dire, a onore del vero, che Vodoz e Niccolai hanno abbandonato la fotografia per dedicarsi al design e alla scrittura, ma l’impressione di una minore attenzione resta, la sensazione che si debba amarle molto, di più.


References
  1. Molte tra le notizie riportate in questo post sono tratte da Lucas, Uliano e Tatiana Agliani. La realtà e lo sguardo. Einaudi, 2015 (255-282).[]
  2. Luciano Bianciardi. La vita agra. Bompiani, 1967.[]
  3. Nella Vita agra il compagno di stanza dell’anarchico Luciano è un fotografo di nome Carlo. Era facile sovrapporne la figura a quella di Carlo Bavagnoli, ma le mie fonti non riportavano alcuna notizia al riguardo. Ce ne dà conferma Maurizio Ciampa in un breve scritto pubblicato su doppiozero.[]
  4. Dondero Mario e Emanuele Giordana. Lo scatto umano. Viaggio nel fotogiornalismo da Budapest a New York. Laterza, 2014.[]
  5. Dondero, Mario. Dalla parte dell’uomo. Il Canneto editore, 2012.[]
  6. Ibid.[]
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