Lynn Gilbert, Susan Sontag, 1979. CC BY SA 4.0 | I taccuini di Perec
Blog » Susan Sontag: “Fotografia: una breve summa”. Un compendio impossibile sulla fotografia.

Susan Sontag: “Fotografia: una breve summa”. Un compendio impossibile sulla fotografia.

Fotografia: una breve summa è un testo non particolarmente noto tra quelli dedicati da Susan Sontag alla fotografia. Eppure dagli altri non si discosta, nei temi e negli intenti.

Riflettere su questa parte dell’attività saggistica di Sontag, significa riflettere sulle questioni etiche, pratiche e politiche legate al fotoreportage sociale, di guerra, di denuncia, sulla spettacolarizzazione del dolore, sui surrogati all’azione.

Sui saggi di Susan Sontag ragiono da tempo. Oggi, mettendo da parte le problematiche relative a etica e fotografia, con l’intento di tornare a scriverne, vorrei focalizzare questo post sulla scrittura dell’autrice americana.

Fotografia: una breve summa (per frammenti e versetti)

Copertina di "Nello stesso tempo" di Susan Sontag, edizione italiana.

Rileggendo i saggi di Susan Sontag sulla fotografia ho l’impressione che la sua scrittura tenda a ricalcare quello stesso meccanismo della visione fotografica su cui l’autrice ragiona scrivendo.

In Sulla fotografia1 troviamo lunghi paragrafi giustapposti. Poi, passando attraverso il saggio Davanti al dolore degli altri,2 che ha un andamento più discorsivo e dilatato, giungiamo a questa specie di compendio della fotografia (pubblicato per la prima volta nel 2003 e tradotto in Italia per Mondadori nel 2008)3 dove ad accostarsi sono singole frasi le quali, invece di definire o sintetizzare, aprono al dubbio e all’incertezza.

Marco Belpoliti4 paragona le frasi di Sontag ad aforismi, Michele Smargiassi a versetti biblici.

Frammenti, per l’appunto, come le fotografie, giustapposti, tra i quali si fatica sempre più a rintracciare connessioni o a trovare un centro.

Anche il pensiero di Sontag si è modificato nel tempo. Alcune affermazioni si possono rintracciare, sostanzialmente simili, nei saggi degli anni Settanta e in Davanti al dolore degli altri. Altre sono state rettificate, si sono adeguate a una riflessione più matura e tollerante, come è tipico di chi invecchia cercando di mantenere anzitutto la propria onestà intellettuale.

Nulla di definitivo insomma, come accade in fotografia; un sommarsi e accumularsi di pensieri, come i prelievi dal continuum spazio-temporale ai quali la fotografia ci ha abituati.

Contraddicendo quella struttura per paragrafi e punti che sembrerebbe ambire all’evidenza, alla nettezza, alla chiarificazione del pensiero, la scrittura di Susan Sontag in Fotografia: una breve summa gira intorno, con atteggiamento ellittico, in modo talvolta incomprensibile. Un elenco incapace di elencare, una lista inadatta a definire.

Quali sguardi sulla fotografia?

Questi 14 punti che si susseguono vagamente fumosi come in un tentativo di dichiarazione, come in una legge o un bando, sembrano chiedere il concorso di conoscenze esterne, già in possesso del lettore.

Come in un puzzle, ci troviamo a dover riempire gli spazi, a integrare i vuoti, per restituire la continuità originaria a una serie di frammenti, prelevati da un contesto in maniera più o meno arbitraria.

Prendiamo il punto 4, ad esempio:

Il modo di vedere moderno consiste nel vedere per frammenti. Abbiamo l’impressione che la realtà sia sostanzialmente illimitata, e la possibilità di conoscenza infinita. Ne consegue che tutte le limitazioni, tutti i principi unificatori debbano essere ingannevoli, demagogici; nel migliore dei casi, provvisori e, a lungo andare, quasi sempre falsi. Vedere la realtà alla luce di determinati principi unificatori ha l’innegabile vantaggio di dare forma alla nostra esperienza. Ma allo stesso tempo — così ci insegna il modo di vedere moderno — nega l’infinita varietà e la complessità del reale. E di conseguenza reprime la nostra energia, e il nostro diritto a ricostruire ciò che desideriamo ricostruire: la nostra società, le nostre identità. Liberatorio, ci viene detto, è osservare quanto più è possibile.

“Abbiamo l’impressione che”, “così ci insegna”, “ci viene detto”… A un anno dalla morte Susan Sontag sembra guardare al mondo con aria scettica, distaccata, di chi descrive senza avere nulla da aggiungere.

Così è o così appare?

Di difficile comprensione non è il senso del paragrafo, è la posizione di chi scrive che si fa ambigua e sfuggente. Il punto di osservazione scelto da Sontag, questa specie di sguardo trasversale, sembra invitarci ad assumere lo stesso atteggiamento.

Against interpretation again

Provando a riempire il vuoto tra il testo e il punto di osservazione di Susan Sontag mi sembra utile collegare i citati principi unificatori a quella critica dei grandi sistemi ermeneutici di epoca moderna, quello marxista e quello freudiano, che troviamo nel suo testo giovanile intitolato Contro l’interpretazione.5

Le interpretazioni moderne, scriveva Sontag nel 1964, sono reazionarie e soffocanti. Annullano l’opera d’arte (e l’infinita complessità del mondo) assimilandola al pensiero e alla cultura, inserendola entro schematiche categorie mentali.

Osservare quanto più possibile, usare quanto più possibile il senso della vista, anche per osservare ciò di cui non abbiamo esperienza, ci offre, quanto meno, lo spunto iniziale verso la rigenerazione. Guardare quanto più possibile è liberatorio? Non lo è, è impegnativo.

Realtà e memoria

Il punto 6 contiene una frase che è divenuta l’emblema delle riflessioni di Sontag sulla fotografia:

Nel modo moderno di conoscere, devono esserci immagini perché qualcosa diventi «reale». Le fotografie identificano gli eventi. Conferiscono importanza a un evento e lo rendono memorabile.

Il fatto che Susan Sontag abbia scritto reale tra virgolette non è questione trascurabile.

Il modo moderno di conoscere implica una conoscenza che non dipende dalla diretta esperienza degli eventi (punto 5).

Quanto deve essere vicino un evento affinché diventi reale per noi? Riusciamo a capire cosa intendesse Robert Capa quando parlava di vicinanza in rapporto al reportage di guerra? Perché il crollo delle Twin Towers è stato definito irreale o surreale dalle persone che hanno assistito all’esplosione? Tutte queste domande, alle quali Sontag cerca di rispondere in Davanti al dolore degli altri, ci aiutano a chiarire quale sia il significato che dobbiamo attribuire all’aggettivo reale.

Poi dobbiamo comprendere perché gli attributi reale e memorabile siano stati collegati l’uno all’altro: una fotografia che porti un evento davanti ai nostri occhi, che ci presentifichi un altrove, si può dire diventi reale per noi, nell’accezione traslata di Sontag, solo se cattura la nostra attenzione in modo prolungato nel tempo. In questo modo l’immagine entrerà a far parte della nostra esperienza trascinando con sé l’evento che presentifica; avremo la possibilità, ricollegando l’immagine al contesto e alla sua originaria continuità temporale, di comprendere l’evento e di capire come e perché ci riguarda. Alla fotografia, Sontag non chiede di attivare la nostra sfera emotiva, ma il nostro pensiero.

Certo non è faccenda da sguardi distaccati, tanto meno distratti.

“Un evento diventa reale perché fotografato”

Copertina di "Davanti al dolore degli altri" di Susan Sontag. Edizione americana.

In Davanti al dolore degli altri, Sontag scrive che un evento non diviene reale e memorabile per il semplice fatto di essere stato fotografato.

Ci sono guerre che sono state fotografate, ma che non hanno ottenuto alcuna attenzione internazionale: sono eventi che non riescono a uscire dalla cerchia ristretta di chi è direttamente coinvolto. Le guerre ottengono l’attenzione internazionale, scrive Sontag, quando rappresentano qualcosa che va al di là degli opposti interessi dei belligeranti.

Ma di questo, nel bene e nel male, la fotografia non è responsabile.

Accade frequentemente che questi eventi entrino a far parte della nostra esperienza attraverso immagini che li identificano. Ma che tipo di fotografie sono queste immagini capaci di identificare gli eventi? Ce ne sono di due tipi.

Ci sono le immagini ormai divenute simbolo (il fungo nucleare di Hiroshima, i bambini vietnamiti che scappano dai bombardamenti al napalm) che non ambiscono ad abbracciare la realtà alla quale si riferiscono, ma aspirano a diventare memorabili, a ricordarci ciò che gli esseri umani sono capaci di commettere ai danni dei propri simili.

E poi ci sono i resoconti di specifiche ingiustizie, svolti attraverso parole e immagini. Sono quei resoconti che contestualizzano la singola immagine, che riportano l’evento sul piano politico e concreto della storia.

Fotografia: una breve summa (o un’intervista impossibile?)

Se non fossimo noi a richiamare alla memoria gli altri scritti dell’autrice, nel tentativo di chiarirci il senso di questo, giungerebbe puntuale il testo a rammentarceli.

Susan Sontag al punto 7 di Fotografia: una breve summa richiama conclusioni cui era giunta nei saggi degli anni Settanta, in particolare sembra fare riferimento alle riflessioni su Berenice Abbott e su Balzac.

Anche al punto 9 ritroviamo alcune delle tesi già contenute in Sulla fotografia. Qui passiamo a un nuovo ambito, quello che considera la fotografia come arte. Essere moderni significa subire la fascinazione del dettaglio, apprezzarne l’indomita autonomia. Cedere all’associazione fantasiosa è un atteggiamento tipico della modernità che la fotografia favorisce e stimola.

In questo caso sì, è faccenda di sguardi distaccati, come scrive Sontag al punto 10.

La fotografia considerata come arte è trattata anche ai punti 11 e 12. Torna alla mente quanto Sontag scrive in Davanti al dolore degli altri a proposito di Salgado, oppure a quanto scrive al capitolo IX dove immagina spazi espositivi come spazi sacri, luoghi diversi da quelli oggi adibiti all’osservazione delle immagini che Sontag sminuisce definendoli luoghi pubblici dedicati all’intrattenimento.

La fotografia definitiva

Si potrebbe continuare: ogni frase, ogni parola di Susan Sontag in Fotografia: una breve summa rimanda a un concetto trattato altrove. Al punto 14 Sontag scrive che la fotografia definitiva non esiste, nemmeno quelle sui campi di concentramento tedeschi lo sono – al contrario di quanto scrive in Davanti al dolore degli altri.

Usando l’aggettivo definitiva Sontag rimanda a quanto espresso da Kracauer nel saggio Sulla fotografia nel 1927:6

L’immagine definitiva della memoria perdura nel tempo, in virtù del suo essere indimenticabile. La fotografia che non mira a questa immagine definitiva deve, per sua natura, essere messa in relazione al momento contingente del suo nascere.

Le fotografie sono frammenti, alcune di esse richiedono di essere inserite entro un contesto. Così come accade per le singole fotografie, non esiste e non potrà mai esistere una breve summa sulla fotografia, un elenco di punti definitori e conclusivi, che sintetizzino e astraggano dal mentale ciò che una coscienza emancipata potrebbe riconoscere come vero; al massimo una serie di versetti, di aforismi che, giustapposti, presentifichino ciò che sta altrove spingendoci a cercare i nessi e le connessioni.

Susan Sontag con Fotografia: una breve summa sembra averci lasciato la traccia per una intervista impossibile.


References
  1. Sontag, Susan. Sulla fotografia: realtà e immagine nella nostra società. Einaudi, 1978.[]
  2. Sontag, Susan. Davanti al dolore degli altri. Mondadori, 2003.[]
  3. Sontag, Susan. Nello stesso tempo. Saggi di letteratura e politica. Mondadori, 2008.[]
  4. Susan Sontag. Nel campo del desiderio.Doppiozero. Last modified January 16, 2017. Accessed December 31, 2018.[]
  5. Sontag, Susan. Contro l’interpretazione. Mondadori, 1998.[]
  6. Guerri, Maurizio, e Francesco Parisi. Filosofia della fotografia. R. Cortina, 2014 (pp. 95-114).[]
  •  
  •  
  •  
  •  
  • 1
  •  
  •  
    1
    Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *