Propaganda politica e censura: le origini del fotogiornalismo in Italia | I taccuini di Perec
Blog » Propaganda politica e censura: le origini del fotogiornalismo in Italia.

Propaganda politica e censura: le origini del fotogiornalismo in Italia.

“Ma cosa ne sai tu di Garibaldi e Mazzini!” Io onestamente davvero poco, ma i contemporanei volevano saperne il più possibile. Né Garibaldi e Mazzini sognavano minimamente di sottrarsi a questa pubblica esposizione dei loro volti e delle loro vite. Un nuovo strumento si era da pochi decenni affacciato sulla scena della propaganda politica ed era importante sfruttarne estesamente le potenzialità. Purtroppo, propaganda fa rima con controllo e censura,

Introduzione

Scrivendo di Niépce e della presunta prima fotografia della storia ho cercato di evidenziare quanto questa lastra di peltro, denominata “Veduta dalla finestra a Le Gras”, fosse in realtà lontana dall’obiettivo che il suo autore si era proposto di raggiungere ossia l’ottenimento di matrici inchiostrabili.

Ho cercato di rendere evidente questa distanza confrontando queste prime prove di Niépce con la contemporanea incisione di traduzione che solo molto lentamente sarebbe stata sostituita dalla più fedele fotografia di documentazione artistica. Questa, d’altra parte, per quanto interessasse il vasto pubblico di turisti che in Italia perpetuava la tradizione del Grand Tour settecentesco, restava confinata al mondo degli studiosi, degli storici, degli studenti.

Ma la fotografia ereditava dall’enciclopedismo settecentesco la vocazione a un’informazione che sapesse raggiungere tutti gli strati sociali. Ambiva all’informazione allargata e puntuale e in Italia incrociava, nella seconda metà dell’Ottocento, gli avvenimenti legati al Risorgimento.

Le innovazioni tecniche e il ritardo culturale

Dai tempi di Niépce, la fotografia come strumento di informazione e documentazione dovette compiere un lungo cammino prima di raggiungere un pubblico sufficientemente vasto. I problemi legati alla ripresa erano solo una parte di quelli che avrebbe dovuto risolvere. Determinante fu l’introduzione in commercio delle lastre alla gelatina bromuro d’argento e delle emulsioni ortocromatiche, alle quali seguirono, nei primi anni del Novecento, le pancromatiche.

Sulla stampa illustrata le fotografie venivano divulgate attraverso tecniche ibride che prevedevano l’integrazione di sistemi calcografici, fotografici e tipografici. I processi di stampa a mezzitoni furono introdotti per la prima volta dal “Daily Graphic” di New York nel 1880. Fondamentali inoltre furono: l’invenzione della paniconografia e della fotoincisione ad opera del boemo Karl Klič che permise la riproduzione meccanica delle matrici di stampa, l’impiego della linotipia e quello della rotativa a carta continua.

L’intero processo, per quanto riguarda l’Italia, giunse a conclusione e si stabilizzò soltanto alle soglie della prima guerra mondiale. Il ritardo italiano non era causato solo dall’inadeguatezza industriale o infrastrutturale. Nasceva dall’incapacità della società italiana di comprendere appieno le potenzialità della fotografia, la sua funzione informativa e comunicativa.

L’arretratezza della situazione italiana si rende pienamente evidente se si guarda alle riviste illustrate pubblicate negli stessi anni in Europa e in America. Negli anni Quaranta dell’Ottocento, negli Stati Uniti la fotografia poteva idealmente ritenersi integrata nel sistema informativo delle riviste illustrate. Benché riprodotta tramite xilografia o litografia, veniva ripresa in modo fedele conservandone e restituendone, per quanto possibile, tutte le informazioni.

Fotografia e società

L’affermazione della fotografia, lo sappiamo, si inseriva in un generale processo di industrializzazione. Procedeva di pari passo con la nascita e l’evoluzione della borghesia che negli stessi anni definiva i propri ideali e la propria visione del mondo. Legata alla società e ai suoi processi di modernizzazione, la fotografia risentiva necessariamente delle condizioni sociali e culturali dei paesi in cui andava sviluppandosi.

Nella sua vasta vocazione documentaristica e nel suo allacciarsi all’incisione sin dalle origini, la fotografia ne ereditava temi, generi e schemi formali.

Il ritratto

Il ritratto fu uno dei generi nei quali la fotografia prese immediatamente il sopravvento sulla tradizione incisoria. Le incisioni richiedevano tempi lunghi. Non potevano soddisfare la crescente curiosità dei lettori per i personaggi della scena culturale e politica in un periodo storico caratterizzato da capovolgimenti repentini e dal velocizzarsi dei ritmi della cronaca.

Come era accaduto precedentemente alla pittura, al disegno e all’incisione, la fotografia divenne strumento per ottenere notorietà e consenso. Dai volti dei protagonisti del Risorgimento si passò presto a quelli del teatro e del cinema. D’Annunzio seppe bene come utilizzare gli stilemi iconografici della tradizione pittorica per definire la propria immagine pubblica. Gli stessi codici saranno ripresi dalla propaganda fascista e da Mussolini tra le due guerre.

La fotografia offriva insieme alle immagini dei rappresentanti delle istituzioni, primi fra tutti la monarchia sabauda, un’immagine armoniosa dell’Italia unita, quella che il pubblico desiderava vedere e nella quale voleva rispecchiarsi. I ritratti, frequentemente ritoccati, fornivano immagini connotate e stereotipate, tese a stimolare letture preconfezionate.

In Italia il procedimento fotografico era utilizzato ed esaltato dalla stampa come simbolo del progresso. In realtà, mentre Lewis Hine documentava, tra il 1900 e il 1914, il fenomeno dell’emigrazione italiana verso New York, in Italia la fotografia come strumento di indagine e testimonianza non era ancora nata.

Monumenti, paesaggi e vedute

La stessa derivazione iconografica e stilistica dalla tradizione pittorica e calcografica ravvisabile nei ritratti si riscontra nelle vedute, nella fotografia di paesaggio e nelle immagini che ritraggono i monumenti delle più grandi città italiane.

Ai visitatori, agli appassionati e agli studiosi si offrivano immagini edulcorate, di grande valore formale, ma stereotipe e generatrici di una visione sclerotizzata dalla quale con molta fatica e solo negli anni Sessanta del Novecento, con l’avvento del turismo di massa, la società italiana saprà liberarsi.

La fotografia di cronaca

L’Italia borghese e aristocratica portava avanti il proprio sogno di sviluppo tecnologico e industriale guardando al passato e chiudendo gli occhi davanti alla complessità sociale. Del resto, era un sogno destinato a restare tale fino alla fine dell’Ottocento, frenato com’era da una classe politica inadeguata a sostenerlo.

Benché le innovazioni tecniche aprissero all’impiego delle macchine fotografiche da parte di un pubblico sempre più ampio, è alle immagini dei professionisti che dobbiamo guardare per comprendere il gusto della committenza e le sue abitudini visive, per ricostruire un momento storico all’interno del suo tessuto culturale e sociale.

Propaganda e censura nelle immagini dei professionisti

Non vi è nulla nelle immagini del Risorgimento italiano che assomigli lontanamente alla documentazione che i vari Brady, Gardner e O’Sullivan ci hanno lasciato della guerra civile americana. Non era solo un problema derivato dalla tradizione iconografica e dalle abitudini visive, con le quali gli americani non si trovavano certo a fare i conti. Mancavano gli incarichi governativi, mancava il collegamento con le istituzioni, mancava la cultura industriale e non esisteva alcun sistema di informazione.

In Italia i fatti di cronaca venivano ripresi al loro termine, erano spesso ricostruzioni di fatti conclusi da tempo, fotografati a fini di propaganda politica. Si pensi alle fotografie della lotta al brigantaggio nel meridione, eseguite negli anni Sessanta e Settanta. Sono immagini che mirano a esaltare la capacità di controllo da parte del governo. Non c’è traccia di una parallela indagine fotografica sulle condizioni economiche e morali che a quel fenomeno avevano dato origine.

Meno propaganda politica e meno controllo troviamo nelle fotografie che ci giungono sporadiche dai fotografi di studio. Esse ci mostrano i danni causati dai bombardamenti, la desolazione, non ancora le battaglie, ma sono talvolta immagini potenti, che riescono a documentare senza fini edulcoranti e propagandistici la tragicità dei fatti senza nascondersi dietro ad abitudini visive o a schemi iconografici.

Stereotipa come la rappresentazione dei fatti del Risorgimento è la rappresentazione delle classi subalterne. Da una parte caratteristici contadini ed efficienti operai, dall’altra il diverso, la rappresentazione della malattia, oggetto di studio da parte di Cesare Lombroso.

Dalle colonie ci giungono le immagini del buon selvaggio oppure, quando necessario per fini politici e di propaganda, dell’indigeno sanguinario.

Fotografi dilettanti

Le innovazioni tecniche alle quali si accennava ebbero come effetto quello di attrarre verso la fotografia un numero sempre maggiore di dilettanti, aristocratici, borghesi, intellettuali o esploratori. Nelle immagini dei dilettanti si può rintracciare la realtà colta nel suo farsi. Nelle immagini dei professionisti si coglie invece la società che racconta se stessa, quella del controllo, non meno vera dell’altra.

La fotografia ha sempre qualcosa da mostrare, basta inserirla nel contesto giusto e imparare a leggere i codici.

I moti popolari milanesi

Per quanto non fossero mancati in precedenza i settimanali illustrati – Il Mondo illustrato di Giuseppe Pomba nacque nel 1846 – per assistere all’impiego della fotografia come parte di un sistema complesso legato all’informazione occorrerà attendere i moti popolari milanesi del 1898. Esemplari in questo senso le immagini scattate da Luca Comerio che furono tradotte in sapienti illustrazioni da Achille Beltrame e pubblicate sull’Illustrazione italiana.

Luca Comerio seguì gli avvenimenti spostandosi da un punto a un altro della città, alternando angoli di ripresa e punti di vista con una pionieristica attenzione alla documentazione dei fatti.

Un altro fotografo con il senso della notizia, benché non professionista, fu Giuseppe Maria Serralunga Langhi che scelse di raccontare le giornate di Milano avvicinandosi agli eventi, con inquadrature e tagli stretti.

Le autorità intervennero impedendo l’uscita dei giornali e l’accesso dei fotografi ai luoghi degli scontri.

Non è un caso che in Italia queste prime esperienze di fotogiornalismo, rese possibili anche da macchine più leggere e obiettivi più luminosi, si siano verificate in una città come Milano dove si moltiplicavano gli studi fotografici e i circoli di appassionati fotografi, una città che aveva dato i natali alle più importanti riviste specializzate e che possedeva un’editoria su basi industriali tra le più avanzate.

È anche sintomatico che ad esse si siano immediatamente affiancate diverse operazioni di controllo, quali forme non limpide di finanziamento da parte delle istituzioni e investimenti da parte delle industrie che vedevano nelle riviste e nei quotidiani uno strumento di pressione politica.

Propaganda e censura al tempo della prima guerra mondiale

Le fotografie che circolavano in Italia prima del suo ingresso nel primo conflitto mondiale provenivano da fonti estere ed erano fotografie realiste e crude. La loro diffusione era consentita per favorire il formarsi nell’opinione pubblica italiana di un ampio consenso all’intervento.

Con l’inizio della partecipazione dell’Italia alla guerra, il controllo sulla documentazione visiva del conflitto si fece strettissimo. L’Italia scelse di usare la fotografia per restituire l’immagine di una epopea che guardava come modello al mito risorgimentale. A questo scopo, ne rimosse la funzione informativa per utilizzarla ai fini della propaganda bellica.

La documentazione fotografica lasciò il posto ad una fotografia edulcorata nella quale dominavano i ritratti dei reali, dei generali, le immagini dell’esercito italiano con i suoi simboli. Si evitò di fotografare le battaglie, malgrado la tecnica fotografica fosse ormai in grado di riprenderle. Furono invece rappresentati i luoghi in cui le battaglie si svolgevano e che lasciavano ampio margine per l’esaltazione del paesaggio. Alle immagini del fronte si affiancavano i vari retroscena: ospedali militari, solerti crocerossine e vivaci industrie belliche rappresentate in base a schemi di geometrica e pura perfezione meccanica.

Gli unici documenti in cui è possibile reperire oggi immagini non filtrate, se non dalle personali visioni degli autori, sono gli album e i diari dei soldati. Alcune di queste preziose testimonianze avevano ottenuto ampia diffusione attraverso la stampa durante i primi giorni di guerra. Prima che propaganda e censura prendessero il sopravvento.


Accadeva 150 anni fa. Oggi la distribuzione delle immagini è dominata da un oligopolio formato da poche grandi agenzie. L’approfondimento e l’analisi critica di quanto viene offerto e filtrato diviene esercizio sempre più necessario per una reale comprensione dei fatti e della realtà. La sbandierata democrazia dell’accesso è pura illusione se non è affiancata dalla volontà di pensare e capire.


Letture suggerite

  •  
  •  
  •  
  •  
  • 1
  •  
  •  
    1
    Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *