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Campo base

Al campo base si torna, durante le escursioni, a tracciare appunti e a prender nota. L’universo fotografico che abitiamo è grande ed è tutto da esplorare. Si può scrivere di un autore che si conosce organizzando i dati in sezioni, riutilizzando uno stesso schema o modificandolo parzialmente. Si sa dove il sentiero conduce e come tornare. Oppure si può scrivere di un libro già letto, di una mostra, di un evento, di un festival visitato: l’argomento, comunque si decida di suddividere il testo, qualunque stile si scelga o si debba applicare, non può che iniziare e concludersi nello spazio tra un incipit e un explicit a partire da informazioni già note. Può capitare, tuttavia, di avventurarsi senza sapere fino a quando sarà possibile percorrere sentieri già tracciati. Quando si esce dai soliti percorsi è meglio non allontanarsi: si rischia di non ritrovare la via del ritorno. Il campo base serve a questo. Non è casa, ma nemmeno bivacco. Si riordinano le informazioni prima di esplorare il territorio in nuove direzioni. Una volta raccolti dati sufficienti, sull’area che circonda il campo entro un determinato perimetro, si saprà esattamente dove spostare il campo per l’escursione successiva. È così quando si affrontano questioni teoriche complesse, oppure autori e argomenti nuovi: non si può fare altro che presentarli in modo parziale. Per approssimazione.

I fotografi del bar delle Antille, pardon, Jamaica.

È alla Braida del Guercio, il Bar Jamaica. Ci sono le piastrelle bianche, un bancone di legno e un cortiletto esterno con i tavolini malmessi e le sedie mal prese. Ci trovavi seduti i pittori, per nulla capelluti come vorrebbe farci credere Luciano Bianciardi. Tra i fotografi, all’inizio degli anni Cinquanta, oltre ad Alfa Castaldi, Mario Dondero e Ugo Mulas, ci trovavi Giulia Niccolai, Jacqueline Vodoz e Carlo Bavagnoli. Alcuni proseguirono, altri cambiarono mestiere.

Susan Sontag: “Fotografia: una breve summa”. Un compendio impossibile sulla fotografia.

“Fotografia: una breve summa” è un elenco in 14 punti nel quale Sontag sembra ricalcare, con la scrittura, il meccanismo della visione fotografica su cui ragiona scrivendo. Così come non esiste una fotografia definitiva, sembra dirci Sontag, non può esistere una breve summa sulla fotografia, un elenco di punti definitori e conclusivi: al massimo una serie di versetti, aforismi che, giustapposti, presentifichino ciò che è stato scritto altrove, spingendoci a cercare i nessi e le connessioni.

Propaganda politica e censura: le origini del fotogiornalismo in Italia.

“Che ne sai tu di Garibaldi e Mazzini!” Io poco, ma i contemporanei volevano saperne eccome. Né Garibaldi e Mazzini sognavano di sottrarsi a questa pubblica esposizione dei loro volti e delle loro vite. Un nuovo strumento si era da pochi decenni affacciato sulla scena della propaganda politica ed era importante sfruttarne estesamente le potenzialità. Vi racconto quanto accadeva 160 anni fa: storie di propaganda, controllo e censura in una democrazia visiva illusoria non molto diversa da quella odierna.