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Campo base

Al campo base si torna, durante le escursioni, a tracciare appunti e a prender nota. L’universo fotografico che abitiamo è grande ed è tutto da esplorare. Si può scrivere di un autore che si conosce organizzando i dati in sezioni, riutilizzando uno stesso schema o modificandolo parzialmente. Si sa dove il sentiero conduce e come tornare. Oppure si può scrivere di un libro già letto, di una mostra, di un evento, di un festival visitato: l’argomento, comunque si decida di suddividere il testo, qualunque stile si scelga o si debba applicare, non può che iniziare e concludersi nello spazio tra un incipit e un explicit a partire da informazioni già note. Può capitare, tuttavia, di avventurarsi senza sapere fino a quando sarà possibile percorrere sentieri già tracciati. Quando si esce dai soliti percorsi è meglio non allontanarsi: si rischia di non ritrovare la via del ritorno. Il campo base serve a questo. Non è casa, ma nemmeno bivacco. Si riordinano le informazioni prima di esplorare il territorio in nuove direzioni. Una volta raccolti dati sufficienti, sull’area che circonda il campo entro un determinato perimetro, si saprà esattamente dove spostare il campo per l’escursione successiva. È così quando si affrontano questioni teoriche complesse, oppure autori e argomenti nuovi: non si può fare altro che presentarli in modo parziale. Per approssimazione. È anche un approccio strategico a dir la verità: da un certo numero di scritti parziali è possibile derivare qualcosa di più corposo. C’è chi le approssimazioni le tiene nel cassetto, i blogger le condividono.

Propaganda politica e censura: le origini del fotogiornalismo in Italia | I taccuini di Perec

Propaganda politica e censura: le origini del fotogiornalismo in Italia.

“Che ne sai tu di Garibaldi e Mazzini!” Io poco, ma i contemporanei volevano saperne eccome. Né Garibaldi e Mazzini sognavano di sottrarsi a questa pubblica esposizione dei loro volti e delle loro vite. Un nuovo strumento si era da pochi decenni affacciato sulla scena della propaganda politica ed era importante sfruttarne estesamente le potenzialità. Vi racconto quanto accadeva 160 anni fa: storie di propaganda, controllo e censura in una democrazia visiva illusoria non molto diversa da quella odierna.

I trompe-l’oeil fotografici e linguistici di Luigi Ghirri e Georges Perec. Tra segno e referente | I taccuini di Perec

I trompe-l’oeil fotografici e linguistici di Luigi Ghirri e Georges Perec. Tra segno e referente.

Da dove passa la linea che separa i trompe-l’oeil fotografici di Luigi Ghirri e i due libri che Georges Perec ha pubblicato insieme a Cuchi White? Non può che esserci una radice comune nel modo in cui i due autori si sono avvicinati a questo dispositivo pittorico e non può che essersi sviluppata secondo le rispettive poetiche e i rispettivi strumenti espressivi. Si tratta di capire se e come le poetiche e i linguaggi traccino differenze.

Luig Ghirri: un dialettico tocco di zen | I taccuini di Perec

Luigi Ghirri. Un dialettico tocco di zen.

Still-life è il secondo dei volumi su Ghirri che la moglie Paola ha curato per Baldini Castoldi Dalai e raccoglie le fotografie che hanno fatto parte della serie omonima. Piacevano a Ghirri e piacciono anche a me quelle sovrapposizioni naturali, quelle trasparenze, quei giochi arditi dell’inquadratura, quei tagli sugli oggetti o sulle immagini che troviamo in Still-Life. Piacciono a tutti? Probabile. Sono i luoghi del riconoscimento, quelli in cui lo sguardo incontra la nostalgia di un mondo.