Lo spettacolo del dolore di Luc Boltanski e i "fotografi dell'orrore" | I taccuini di Perec
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Fotografi dell’orrore. Lo spettacolo del dolore di Luc Boltanski e altri scritti su etica e fotografia.

Per circa un mese non ho scritto. Non so se mi sono ammalata di un qualche effetto collaterale alla situazione generata dal Covid19 o se è stata colpa di questo libro che continuo a sfogliare, avanti e indietro, senza riuscire a leggerlo interamente. Sto parlando de Lo spettacolo del dolore di Luc Boltanski.1

Pensavo di sbrogliarla concentrandomi esclusivamente sulla seconda metà del saggio, ma non ha funzionato. Ho capito allora che dovevo trattenere unicamente quei pochi concetti che potevano avere valore per me e per il mio pensare di fotografia. Niente di più.

L’idea di dedicare un post al tema dell’osservazione della sofferenza a distanza, alle questioni etiche e pratiche legate al fotoreportage sociale, di guerra, di denuncia, ai surrogati dell’azione è nata con la lettura e rilettura dei saggi di Susan Sontag.

Davanti al dolore degli altri

In Davanti al dolore degli altri,2 Susan Sontag torna a ragionare, dopo i saggi pubblicati negli anni Settanta del secolo scorso, sulla rappresentazione visiva della sofferenza altrui, ripercorrendo alcune tappe fondamentali della storia della fotografia di guerra e analizzando il modo in cui le immagini sono state prodotte, diffuse e recepite.

Davanti al dolore degli altri si apre con alcune pagine dedicate a Virginia Woolf e alle sue riflessioni sulla guerra, contenute in un libro spesso dimenticato e intitolato Le tre ghinee.3 Pur riconoscendo la differente condizione in cui si trovava la fotografia al tempo di Woolf, Sontag mantiene un atteggiamento critico nei riguardi della scrittrice inglese, evidenziando l’ingenuità palesata da Woolf nell’usare un gruppo di fotografie – scattate in Spagna e inviate all’estero dal Governo spagnolo all’epoca dell’assedio da parte delle truppe franchiste – per dimostrare l’essenziale uguaglianza nelle reazioni degli esseri umani, uomini e donne, davanti alle fotografie di guerra.

Oltre “On photography”

Richiamando Le tre ghinee di Virginia Woolf, Sontag sembra quasi prevedere il futuro del libro che sta scrivendo. Davanti al dolore degli altri sarà destinato a subire lo stesso processo di rimozione subito da Le tre ghinee.

Si continuano a ricordare le affermazioni di Sontag contenute nella raccolta degli anni settanta intitolata On photography dimenticando che la stessa Sontag ha, nel saggio del 2003, corretto esplicitamente la propria posizione. Ripetiamo a memoria gli stessi concetti sulla banalizzazione del mondo da parte della fotografia. Continuiamo a pensare meccanicamente che un eccesso di immagini possa modificare la nostra capacità di provare pietà davanti alla sofferenza altrui.

In realtà, quella che Sontag compie a pagina 91 di Davanti al dolore degli altri è una vera e propria abiura. Certi ragionamenti, afferma la scrittrice americana, sono divenuti luoghi comuni e loro sì, non le fotografie, ottundono il nostro modo di pensare e sentire. C’è qualcosa di reazionario in questa iconoclastia novecentesca. Nel XIX secolo Wordsworth e Baudelaire si lamentavano allo stesso modo del flusso di notizie che, proveniente da ogni parte del mondo, veniva diffuso attraverso la carta stampata.

Lo spettacolo del dolore: a cosa serve mediatizzare la sofferenza altrui?

La voce di Sontag negli anni settanta non era una voce isolata. Si univa a un coro di Cassandre che, come scrive André Gunthert “annonçaient le déclin de notre sensibilité au langage des images, la disparition de leur capacité à nous émouvoir et à engendrer la pitié” (André Gunthert, «L’image numérique s’en va-t’en guerre», Études photographiques, 15 | Novembre 2004).

Se su questi argomenti Lo spettacolo del dolore di Luc Boltanski ha qualcosa da dirmi, riguarda l’origine stessa del tema. A cosa serve mostrare a distanza la sofferenza degli altri? Non sarà forse meglio tornare a quella specie di iconoclastia che serpeggiava neanche troppo velatamente tra gli scritti della giovane Susan Sontag?

A queste domande Boltanski risponde con le parole e il pensiero di Bernard Kouchner, il fondatore di Medici senza frontiere. Aprire gli obiettivi sulle sofferenze degli altri aumenta la possibilità che tali sofferenze cessino; è una sorta di protezione mediatica che, se tutto va bene, spinge l’archetipo del “persecutore” a cambiare atteggiamento a seguito della conseguente pressione pubblica.

Come la fotografia cambia la realtà

Sembra che la mediatizzazione degli eventi abbia anche risvolti difficili da accettare. Ce ne parla Ferdinando Scianna in Etica e fotogiornalismo portando due esempi di come la presenza di un obiettivo possa cambiare la realtà, sia nel bene che nel male.

Diciamolo subito però. Questi cambiamenti non avvengono per una qualche capacità della fotografia di modificare gli aspetti di superficie della realtà, le sue apparenze sensibili, non è la fotografia la responsabile di certi drammatici avvenimenti. Si tratta sempre di scelte e di reazioni umane. La realtà cambia perché cambia il modo in cui si comportano le persone.

Sicilia 1968

In Sicilia nel 1968, dopo il terremoto che ha distrutto Gibellina e Montevago, un vecchio scava tra le macerie alla ricerca dei figli che crede sepolti sotto i resti e i detriti. Gianfranco Moroldo si avvicina e inizia a scattare fotografie. L’angoscia del vecchio, come reazione alla presenza della macchina fotografica, esplode e si esterna in pose teatrali, gesti enfatici, pianti e lamenti.

Il servizio di Moroldo sul terremoto del 1968 vinse il secondo premio nelle sezioni Color Picture e General News al World Press Photo e, più importante per chi non ama i contest, si aggiudicò le copertine di alcune autorevoli riviste europee.

Dacca 1971

Nel 1971 in Bangladesh un gruppo di guerriglieri rivoluzionari conduce agli arresti quattro miliziani pakistani attorniati da una folla inferocita. Sono accusati di aver commesso omicidi, stupri e rapine nei mesi precedenti. Marc Riboud, che è presente insieme a Horst Faas e a Michel Laurent, si accorge che l’arresto si trasforma in un linciaggio nel momento in cui i guerriglieri rivoluzionari notano la presenza dei fotografi. Faas e Laurent continuano a fotografare, Riboud corre a cercare aiuto.

Con il servizio fotografico di Dacca, Horst Faas e Michel Laurent vinsero il Pulitzer nel 1972. A chi dovremmo rivolgere le nostre parole di biasimo in una situazione come questa? Non è facile rispondere e lo è ancora meno sapendo che le “disumane” fotografie di Faas e Laurent convinsero il primo ministro indiano Indira Gandhi a emanare leggi rigorosissime affinché simili episodi non avessero a ripetersi in futuro.

Le fotografie di Faas e Laurent servirono a salvare altre vite umane? Nessuno può dirlo, ma è certo che la reazione di Riboud, che tutti umanamente approviamo, non ebbe sulla realtà alcun effetto, né immediato né postumo.

Un poliedro davvero complesso

L’opportunità di un intervento da parte dell’operatore in situazioni di conflitto, che sia teso ad agire sulla situazione invece che a riprenderla attraverso la telecamera o l’obiettivo fotografico, è una delle sfaccettature del problema e riguarda solo parzialmente l’argomento della rappresentazione del dolore. Rientra più nella definizione dei codici etici, personali o professionali, e meno nella valutazione dell’impatto che la mediatizzazione del dolore può avere sulla realtà, sia in modo diretto che indirettamente attraverso la figura dell’osservatore.

Un’altra tra le diverse facce di questo ipotetico poliedro riguarda il modo della presentazione dei servizi fotografici e delle fotografie. Scianna, per esempio, si dispiace di quanto gli interessi economici vadano a incidere sugli effetti che la fotografia e il reportage di denuncia potrebbero altrimenti generare nell’osservatore: basta accostare ad un reportage impegnato la pubblicità di un costoso orologio per alterarne la percezione e mutare il livello di coinvolgimento del lettore. Se ne lamentava anche Sontag in On Photography. Ma davvero basta?

A me sembra che da più parti si stia concretizzando un atteggiamento meno superficiale rispetto a queste tematiche. Naturalmente penso alle ultime generazioni che sembrano sempre meno interessate all’apparenza, allo status symbol. I giovani sono anche sempre meno attenti alle immagini in sé stesse perché troppo abituati a vederne scorrere centinaia e a usarle in modo “espressivo” più che a fermarsi per recepirne gli aspetti informativi. La fotografia è sempre più un gesto e sempre meno un’occasione per osservare e riflettere sul mondo.

Gli interventi possibili

I punti nevralgici del sistema sui quali è possibile lavorare sono due, non credo esistano ricette alternative.

Da una parte, poiché non si può pensare che le agenzie e gli editori smettano improvvisamente di pubblicare con un occhio alla qualità e uno al portafoglio, occorre intensificare le azioni volte ad accrescere la capacità di lettura delle immagini da parte del pubblico. Stimolare la capacità critica, insegnare quanto sia importante soffermarsi per capire e comprendere è compito sempre più urgente.

Come scrive Luc Boltanski a proposito della televisione, l’osservatore critico è colui che si assume il compito di svelare la manipolazione di cui crede di essere fatto oggetto sviluppando la propria familiarità con il medium, staccandosi dalla rappresentazione per effettuare inferenze sulle intenzioni dei realizzatori. Non è possibile continuare a delegare le responsabilità a “sistemi” sempre più liquidi e poco circoscrivibili.

Dall’altra parte, coloro che pubblicano o creano fotografia di reportage non dovrebbero perdere l’occasione di interrogarsi sui cambiamenti che si stanno verificando nei lettori e negli osservatori dal punto di vista ricettivo.

Più che scimmiottare un interesse per la sostenibilità della produzione editoriale, e mi riferisco ovviamente al recente exploit di Vogue, le agenzie, le redazioni e gli stessi fotografi dovrebbero, credo, farsi più scaltri e sensibili, giungendo anche a scardinare gli stessi meccanismi produttivi, se necessario.

Lo spettacolo del dolore: qualche parola sul libro di Luc Boltanski

Sono poco attenta alle notizie dell’ultima ora e Lo spettacolo del dolore era da tempo nella lista dei libri da leggere. Si incrocia solo casualmente con il dilagare di questo virus che ci ha costretti a cambiare vita (lo dico per voi altri perché io, mascherina più mascherina meno, continuo a fare la stessa vita che facevo prima). Dopo un paio di settimane dall’inizio della quarantena a livello nazionale sono comparse le prime polemiche. Lo spettacolo del dolore si concentra sulla mediatizzazione del dolore e sull’osservazione del dolore a distanza. L’analisi dei meccanismi che oppongono solidarietà a interesse e ipocrisia resta però valida a ogni livello.

L’impegno politico presuppone sempre una mediazione attraverso la parola scrive Luc Boltanski. Al di là della malafede, c’è differenza tra un dire verbale e un dire agente. Personalmente preferisco tenermi lontana dal dire politico e preferisco agire, anche senza dire, dove mi è possibile. Considero politico l’impegno a mantenere limpido e comprensibile il mondo delle immagini in cui viviamo. È forse l’unico ambito all’interno del quale il mio dire ha la possibilità di farsi agente.

Per coloro che amano inserirsi nei dibattiti pubblici, la lettura de Lo spettacolo del dolore può risultare illuminante perché aiuta a comprendere quanto siano complicate e radicate nella nostra cultura occidentale queste tensioni. Aiuta a capire a cosa può condurre una parola poco attenta, da cosa può nascere un impulso ad esprimere verbalmente la partecipazione e la solidarietà.

La figura del “mostratore”

Al “mostratore”, nel nostro caso al fotografo in quanto tale, questo libro serve a poco. Egli si trova nella posizione che Boltanski, descrivendo la topica estetica, definisce del “pittore dell’orrore”, il mostratore dotato della capacità di far vedere la sofferenza.

La presentazione dell’infelice, che è orribile, è la sola cosa che renda possibile la comunicazione di questo impresentabile dal quale lo spettatore è sopraffatto e che non è altro che l’orrore che giace in lui e definisce la sua condizione.

References
  1. Boltanski, Luc. Lo spettacolo del dolore. Morale umanitaria, media e politica. Raffaello Cortina Editore, 2000.[]
  2. Sontag, Susan. Davanti al dolore degli altri. A. Mondadori, 2003.[]
  3. Woolf, Virginia. Le tre ghinee. Feltrinelli, 2014.[]
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