Mostra fotografica Women at Work a Palazzo Ducale Genova
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Women at Work: il lavoro alle donne. Conversazione con Manuela Caccioni del Centro Antiviolenza Mascherona.

Women at Work è una mostra fotografica curata dal Centro antiviolenza Mascherona di Genova, in collaborazione con l’Associazione Lilith e con lo Studio fotografico Leoni. Il Centro antiviolenza è un luogo di accoglienza e ascolto: gestito da una cooperativa, dal 2007 offre supporto e aiuto alle donne vittime di violenza. Progetta e gestisce diverse attività formative, collabora a campagne di prevenzione volte a contrastare la violenza e a favorire la cultura della parità. L’Associazione culturale Lilith, fondata nel 2010 da un gruppo di cantautrici genovesi, organizza e gestisce il Festival della Musica d’autrice che si svolge a Genova ogni anno. Foto Studio Leoni conserva e gestisce l’archivio fotografico di Francesco Leoni, fotoreporter genovese, creatore nel dopoguerra di un’importante agenzia fotografica attiva in ambito locale e nazionale. Nella prima metà di giugno, Women at Work ha riunito, sulle pareti della Sala Liguria di Palazzo Ducale, le fotografie di documentazione del Lilith Festival, raccolte e conservate dall’Associazione Lilith nel corso degli anni, e alcune fotografie storiche appartenenti all’Archivio Leoni.

Manuela Caccioni è la responsabile del Centro antiviolenza Mascherona. Nel suo ufficio di Piazza Colombo, nel centro di Genova, abbiamo parlato di Women at Work, di lavoro e di stereotipi culturali e visivi.

Com’è nata Women at Work?

Volevamo fermarci a riflettere sul lavoro femminile. Con Lilith Festival abbiamo in corso il progetto di una raccolta fondi per l’attivazione di borse lavoro a favore delle donne vittime di violenza. Il progetto si concretizza in un aiuto economico alle aziende che assumono lavoratrici segnalate dal Centro. Spesso le donne che accedono al Centro antiviolenza non hanno lavorato per anni perché una delle prime forme di violenza da parte del maltrattante consiste nell’interrompere i contatti della donna con il mondo esterno, quindi anche con il mondo del lavoro. Rientrare a cinquanta, cinquantacinque anni è difficile anche per donne con qualifiche importanti, con esperienze lavorative giovanili di rilievo, soprattutto in un momento come questo. Con la crisi causata dalla pandemia la percentuale degli occupati in Italia è diminuita e le donne sono state le prime a perdere il lavoro. Questo ci dà un’idea delle difficoltà che incontrano le donne quando cercano di rientrare nel mondo del lavoro in età avanzata. Women at Work nasce per dare un segnale a chi ritiene che il lavoro delle donne sia, e sia sempre stato, marginale a livello socio-economico. Ricordiamoci che le donne hanno tenuto in piedi l’industria italiana negli anni della guerra e che sono state rimandate a casa a guerra conclusa. Le donne sono capaci e forti, lo sono state in passato e lo sono oggi, per questa ragione abbiamo deciso di non chiudere l’esperienza curatoriale di Women at Work, ma di continuare a esplorare il mondo del lavoro femminile attraverso la fotografia, affrontando, con lo stesso approccio, anni più vicini a noi.

Questa mostra sembra raccontare una storia parallela o parzialmente sommersa. A me è sembrata un’operazione tesa a mostrare una presenza femminile, nel mondo del lavoro, scarsamente percepita e mai comunicata dai diversi sistemi mediatici e culturali. 

Sì, è così, perché si parla sempre del lavoro maschile. Guarda le immagini con le quali i media informano sugli scioperi: sempre e solo uomini. Ma alla Fincantieri ci sono anche le donne e così all’Ansaldo. Con Women at Work abbiamo cercato di fermare il pensiero su una realtà che evidentemente ancora non riesce a emergere. In mostra ci sono le balie che in Corso Italia portavano a passeggio i futuri ingegneri, le cuoche del Massoero, lo storico asilo notturno per i senza dimora, le lavoratrici della Panarello: stiamo parlando di realtà sociali ed economiche importantissime, tenute in piedi quasi esclusivamente dal lavoro delle donne. Naturalmente mai riconosciuto, né a livello sociale né dal punto di vista salariale. 

Ci sono alcune fotografie in mostra nelle quali, a dispetto di una generale tendenza a minimizzare, la consapevolezza del proprio ruolo da parte delle donne si mostra chiaramente. La volontà di essere presenti e attive viene comunicata in modi diversi: lo sguardo, la postura, la cura e l’attenzione per il prodotto del proprio lavoro. Sono donne che sanno cosa vogliono e che collaborano con chi sta dietro l’obiettivo.

Nello sguardo delle donne genovesi dell’Archivio storico Leoni io vedo lo sguardo delle donne che accedono al Centro antiviolenza ed escono dalla situazione di violenza con la consapevolezza di poter decidere della propria vita, con la fierezza di chi svolge un lavoro sapendo di svolgerlo nel migliore dei modi. Nella nostra società ci sono ancora troppi tabù: noi svolgiamo laboratori nelle scuole e ancora ci capita di rilevare l’esistenza dei più vieti stereotipi di genere, di assistere a una separazione irrazionale tra lavori tipicamente maschili e lavori tipicamente femminili. Il passeggino viene visto come un oggetto da femmine, ma nella realtà, uomini con prole nel passeggino per strada se ne vedono tantissimi.

Mostrare, come continuiamo a fare, una realtà disegnata a misura d’uomo significa riprodurre indefinitamente una visione del mondo problematica. Possiamo definirla vera o stereotipa, ma in entrambi i casi non spostiamo il problema di un solo centimetro.

È stereotipa. Si dice che le donne si siano emancipate da un punto di vista lavorativo solo da poco, ma non è vero: nel 1946 erano in fabbrica e costruivano le turbine. Il messaggio che abbiamo voluto dare con Women at Work è questo: le donne ci sono sempre state e hanno sempre lavorato benché del loro lavoro non si parli mai. Pensa ai libri di testo che si usano nelle scuole: nell’approntare l’apparato iconografico dei libri di storia e geografia si pensa che si possa fare a meno di mostrare le donne che lavorano e hanno lavorato nell’industria, ma così facendo si continuano a riprodurre gli stessi stereotipi. Una parte importante del lavoro del Centro antiviolenza infatti consiste nel fare sensibilizzazione nelle scuole, dove per fortuna capita di incontrare bambine che dicono: “Io voglio fare la meccanica”. Ingegnere ce ne sono tantissime, sono più brave e si laureano prima, però il lavoro lo trovano gli uomini.

A immagini che esemplificano la presenza femminile nell’industria, nel commercio e nelle strutture pubbliche della seconda metà del Novecento si alternano in mostra le fotografie che l’Associazione Lilith ha raccolto nelle diverse edizioni del Lilith Festival e che riportano ad una realtà femminile più attuale e creativa. È un accostamento che allontana dalla dimensione storica e documentaria che ci si attende da un progetto espositivo incentrato su immagini tratte dall’archivio storico di una agenzia fotografica. 

L’idea infatti era di non dare nemmeno un ordine cronologico alla sequenza delle stampe esposte. Con Paola Leoni, fotografa e figlia di Francesco, cara amica del Centro antiviolenza che aveva già progettato diverse cose insieme a noi, abbiamo cercato, all’interno dell’immenso Archivio storico Leoni, fotografie inerenti il lavoro femminile che potessero essere usate in funzione di un progetto fondato sull’autodeterminazione della donna. Abbiamo selezionato immagini che sapessero rappresentare visivamente il significato di questa parola per noi molto importante. 

Sulle didascalie delle fotografie storiche esposte non avete riportato il nome dell’autore o dell’autrice. Questo non significa che siano tutte fotografie di Francesco Leoni. 

No, molte tra le immagini conservate nell’archivio Leoni appartengono a freelance esterni all’agenzia e non sono ancora state attribuite.

Si può davvero parlare di una mostra che riesce a mettere da parte lo sguardo autoriale per lasciare spazio alle donne fotografate. Si tratta, tra l’altro, di una scelta perfettamente in linea con l’idea che Francesco Leoni aveva del proprio lavoro e del proprio ruolo. Sospendendo lo sguardo esterno sulle donne, il percorso espositivo lascia che siano loro a parlare di sé. Ferma restando naturalmente la scelta curatoriale di partenza legata all’autodeterminazione.

Abbiamo cercato sguardi intensi, manifestazioni di forza e fierezza. Non volevamo che la presenza delle donne nel mondo del lavoro si perdesse identificandosi con un particolare contesto storico o sociale. Per questo l’immagine singola e non la serie, per questo non il percorso cronologico ma il salto temporale e spaziale: diversi anni, diversi lavori, diversi modi di essere presenti. Abbiamo scelto il ritmo serrato che non lascia spazio alle considerazioni esterne al tema di Women at Work. Per una volta è la storia come ce l’hanno raccontata a restare sullo sfondo e a lasciare emergere la presenza delle donne nel lavoro e nella società.

Nel breve testo che introduce la mostra avete più volte riportato la formula “c’era una volta” che può assumere diverse sfumature di significato, alcune a mio avviso non desiderabili. Il “c’era una volta” può rafforzare l’idea di un femminile mitico, esterno alla linea del tempo storico, contraddicendo ciò che mi sembra abbiate invece chiesto alle fotografie dell’Archivio Leoni cioè mostrare la realtà del lavoro femminile.

È una formula ambigua, ma è un’ambiguità voluta e cercata. Significa c’era una volta la realtà che vediamo in queste fotografie, ma c’è ancora. Le fotografie degli scioperi, quella dell’affollato corteo che sfila davanti alla Standa di Via XX Settembre, o quella con le sartine d’alta moda, mostrano donne che una volta lottavano per i propri diritti e per il proprio salario e che chiedevano una paga oraria conforme a quella dei lavoratori maschi. Purtroppo, c’era una volta ma c’è ancora perché spesso, e in diverse situazioni, oggi gli uomini vengono pagati di più. Quella del lavoro e delle lotte salariali delle donne è una realtà che continua a passare inosservata e che non ha nulla a che vedere con l’immagine femminile veicolata dal mainstream culturale e mediale.

La mostra non manca di evidenziare la disparità anche nell’ambito del lavoro casalingo, per esempio con le immagini delle donne al trogolo negli anni Cinquanta.

Certo, perché anche la fatica del lavoro casalingo femminile non è mai stata riconosciuta. La fatica non è solo quella dell’uomo che porta il secchio di cemento. 

Stai evocando un’immagine alla quale sembra fare da contrappunto la fotografia delle due ragazze che trasportano i detriti lasciati in strada dall’alluvione del ’70: qui la partecipazione e la presenza femminile in ambito sociale sembra raggrumarsi ed elevarsi a simbolo con l’impronta della mano sporca di fango sulla maglietta di una delle due ragazze viste di schiena, un’impronta che fa pensare a un abbraccio, alla solidarietà civile. È una fotografia molto bella, con tutte le carte in regola per diventare un‘icona.

Le fotografie degli anni Settanta sono le più recenti tra quelle esposte e appartenenti all’Archivio storico Leoni. Continueremo a fare emergere l’importanza delle donne nel mondo del lavoro attraverso immagini meno datate, sino a giungere alle immagini della contemporaneità. La battaglia per ottenere lavori per le donne vittime di violenza è una delle prime mission del Centro. È un passaggio ineludibile verso l’autonomia e l’autodeterminazione. Ne facciamo esperienza tutti i giorni insieme alle donne che si rivolgono a noi: le donne che hanno un lavoro escono dalla situazione di violenza con più facilità e più velocemente.

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