Leggere la fotografia di Augusto Pieroni | I taccuini di Perec
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Leggere la fotografia di Augusto Pieroni. Una road map per l’osservazione e il pensiero critico.

Ho letto Leggere la fotografia di Augusto Pieroni. Perché abbia deciso di leggerlo esattamente non so, le date scritte sul colophon dicono che è un libro ormai datato. Forse solo per curiosità; una piccola vacanza, un momento di leggerezza. Non so nemmeno cosa mi aspettassi da questa lettura; certo non quello che vi ho trovato.

Bella e appassionata l’introduzione alla seconda edizione del 2006. Pieroni mi ha conquistata con queste prime tre pagine. Quello che è venuto dopo avrebbe avuto, in ogni caso, la mia piena approvazione perché Pieroni è come me.

No, non proprio. Infatti, quando avverte il lettore di non dimenticare, studiando le immagini, gli aspetti storici, sociali e simbolici all’interno dei quali sono state create, sono vissute e continuano a vivere cita, quali riferimenti culturologici, studiosi come Enrico Castelnuovo e Cesare Brandi. Cosa che a me non sarebbe mai venuta in mente.

Naturalmente ha ragione lui.

La griglia di analisi non è che una griglia

Leggere la fotografia di Augusto Pieroni è uno di quei libri che, ancora immersi nella lettura, vi fanno venire voglia di iniziare a riassumerli con schemini ed elenchi puntati. Non fatelo. L’autore lo fa per voi al termine del libro. Potete leggerlo d’un fiato e integrare l’elenco fornito dall’autore in un secondo momento, in occasione di una seconda lettura.

Avrete così modo di cogliere subito, grazie alle digressioni e agli approfondimenti critici, quale sia la dimensione all’interno della quale quegli schemini dovranno essere accolti, come potranno essere usati e perché.

Il dettaglio relativo agli schemini racconta di un testo dal taglio fortemente didattico. È questa l’impostazione che non mi aspettavo di trovare. Mi aspettavo un libro più teorico e meno pragmatico. Allo stesso tempo, leggendo tra le righe e tra le pagine, si intuisce l’intento antiaccademico, il desiderio di costruire per il lettore qualcosa che assomigli a una road map.

Tra seduzioni teoriche e fanatismi tecnici, l’autore ha preferito quella che definirei la pragmatica fotografica; ha scelto di usare il linguaggio dei fotografi di oggi, quelli che si trovano a collaborare con i photo editor, che lavorano cercando di risolvere il brief assegnato, che si arrabattano con i titoli e gli statement.

La fotografia: quotidiana, familiare, scivolosa

Bravo Pieroni. Per aver deciso di restare sul versante della fotografia che incontriamo ogni giorno, per aver scelto di non dimenticare, di fronte a una gloriosa e quasi bicentenaria storia, la fotografia che ci viene incontro quando camminiamo per strada, quando leggiamo le notizie sul nostro quotidiano preferito, quando acquistiamo un capo d’abbigliamento su internet.

Proprio perché siamo letteralmente immersi in questo mare di immagini tendiamo a dimenticare che, se non vogliamo soccombere alle diverse e numerose volontà altrui, dobbiamo imparare a leggere ciascuna di queste apparentemente innocue fotografie. Ce lo ripetono continuamente quelli che si occupano di comunicazione: le immagini hanno un impatto fortissimo sul nostro immaginario e sulla nostra memoria.

Non è facile. Le fotografie sono davvero oggetti complessi. Lo sono in se stesse e lo sono nei ruoli, diversi e compresenti, che svolgono all’interno delle nostre società. Bisogna saper distinguere le volontà comunicative.

Non è impossibile. Non c’è molta differenza, una volta compresi e assimilati gli elementi che Pieroni raggruppa all’interno di ambiti denominati forma, contesto e contenuto, tra il modo in cui un osservatore comune potrebbe leggere una fotografia e il modo in cui uno studioso della materia si è abituato a farlo.

Potrebbe servire un po’ di allenamento. Per questo Pieroni ha inserito gli esercizi e le attività che si trovano in fondo al libro. Per il resto dipende dalla curiosità, dall’impegno, dall’interesse e dal tempo che si ha voglia di dedicare a questa operazione di comprensione del mondo.

Chiamateli contesti, supporti tecnici, chiamateli come volete ma studiateli

Una fotografia non è un quadro. C’è la forma e c’è il contenuto, ma se si vuole leggere una fotografia non si può prescindere dal comprendere che la fotografia è un testo con caratteristiche proprie. Una fotografia, per esempio, non è quasi mai isolata, fa sempre parte di una serie.

La serie poi non è solo quella generata dagli scatti in sequenza, ma è anche quella composta in un secondo momento dall’autore, creata per selezione e accostamento delle immagini. La serie è anche il portfolio, il libro, la selezione di immagini che andranno ad affiancare il testo in una pubblicazione.

Trovo indicativo che, al termine del primo capitolo introduttivo, prima di passare al capitolo sui contesti, Augusto Pieroni citi Rosalind Krauss (Augusto Pieroni è come me). Questa citazione crea, non so se volontariamente o meno, un legame tra quegli aspetti del lavoro fotografico che Pieroni definisce contesti interni e quelli che Krauss ha definito supporti tecnici.

Krauss ha lavorato molto per dimostrare come quei livelli dell’opera sui quali si appunta la nostra attenzione – il livello ideologico, politico, ecc. – dipendano e prendano forma dal lavoro spesso routinario su questi supporti o contesti.

E come darle torto? Capire i contesti è fondamentale. Non sempre abbiamo a disposizione tutte le informazioni che ci servirebbero per leggere una fotografia correttamente, sia per quanto riguarda i contesti interni (archivio, serie, lavori pubblicati dall’autore, ecc.) sia per quelli esterni (autori di riferimento, committenza, collaboratori, ecc.).

Ma leggere una fotografia è come fare ricerca, dice Pieroni, anche se forse usa parole diverse. Possiamo fermarci alle informazioni che abbiamo a disposizione nell’immediato oppure procedere e approfondire, o ancora sospendere il giudizio fino a quando avremo occasione di raccogliere altre informazioni. Come si diceva, tutto dipende dalla volontà di agire e studiare.

Pratica o critica? Se la coperta è troppo corta si studia per acquisirne una più grande

Per coloro che sono già in possesso di qualche strumento di analisi, l’ordine che Pieroni riesce a dare alla complessa materia è all’inizio deludente. Viene da dire “lo sapevo già”. Ma dopo questa prima impressione Leggere la fotografia di Augusto Pieroni diventa come una coperta calda, ti fa sentire meno solo; hai la sensazione che malgrado la confusione e il bla bla imperante alcune fondamenta siano state poste. Un ordine c’è, dobbiamo solo fare un piccolo sforzo per cercare di mantenerlo.

Per tenere il lettore a distanza dagli aspetti tecnici, Pieroni ribadisce continuamente che, volendo imparare a leggere una fotografia, non sono i criteri pratici quelli a cui si dovrebbe prestare maggiore attenzione, ma i principi critici. Allo stesso tempo però, sa e non dimentica che è attraverso i passaggi tecnici che un autore giunge agli esiti formali ed estetici prescelti.

Nell’ambito delle forme per esempio, Pieroni fornisce uno schema agile e non rigido costituito da cinque fasi operative – da considerarsi come fasi logiche e non consequenziali – che ci sarà molto utile se sapremo assimilarlo e usarlo a dovere nei nostri percorsi di lettura.

Al di là della griglia, la visione globale

Riuscire a creare un equilibrio tra i vari livelli di lettura, tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, tra la comprensione del dettaglio e la visione globale mi sembra, anche a livello didattico, l’obiettivo del libro.

Nella sezione in cui Pieroni descrive le cinque fasi operative che teoricamente concorrono alla creazione dell’immagine troviamo non solo un’ormai diffusa posizione teorica relativa all’impossibilità di una vera fotografia straight, ma anche un invito a penetrare a fondo nella lettura dell’immagine, nell’individuazione delle scelte più impercettibili, a un osservatore esterno, tra quelle messe in atto dal fotografo.

Su un piano diametralmente opposto, nel capitolo relativo alla molteplicità dei contenuti, troviamo Pieroni impegnato a ragionare su quelle che egli chiama le “implicazioni della fotografia” ovverosia quei significati che la storia nel corso del tempo deposita sull’immagine fotografica per le ragioni più svariate e indipendenti dalla volontà dell’autore.

E a tale proposito Pieroni aggiunge:

Implicazioni delle immagini fotografiche dovute alla loro vitalità, alla inesauribile spendibilità della fotografia. Una spendibilità che nessun altro media ha, né avrà mai! E diciamola anche, qualche frase assoluta; così, tanto per renderci più discutibili.

C’è tutta la consapevolezza dell’intrinseca fragilità ontologica del fotografico in queste frasi, oltre alla piena cognizione della debolezza del pensiero critico contemporaneo. Ma mi sembra ci sia anche la volontà di smettere di ribadirla, di sottoscrivere un intento costruttivo che potrà, forse, iniziare a svilupparsi a partire da una didattica che sia stimolo all’osservazione e all’analisi critica.

Leggere la fotografia come attività etica e politica

La seconda edizione di Leggere la fotografia di Augusto Pieroni, quella che sto tenendo in mano, è del 2006. Sono passati molti anni e mi viene da chiedere se oggi, nel caso di una ipotetica terza edizione del libro, ritroveremmo inalterato il brano citato sopra o se lo troveremmo mutato o addirittura soppresso dall’autore, per sopravvenute nuove circostanze.

Ugualmente interessante e quasi profetico mi appare, alla luce di alcuni più o meno recenti avvenimenti – mi sono occupata dei casi di cronaca capitati a Massimo Sestini e a Tony Gentile, ma chissà quanti altri esempi di analfabetismo fotografico si potrebbero citare -, il brano con il quale Pieroni, poco più avanti, conclude il capitolo:

Se l’immagine costruisce e tesse, la lettura e l’interpretazione ricostruiscono e reintessono. E nel far questo devono porre da sé i limiti della libertà con cui agire sul testo. Per questo la lettura dell’immagine fotografica – se colta nella sua dimensione globale – è attività etica, e politica.

L’oggetto dell’analisi. Una definizione.

Leggere la fotografia è qualcosa di più e qualcosa di meno di un manuale, scrive l’autore. Qualcosa di meno rispetto alla manualistica tecnica e storiografica. Qualcosa di più, aggiungo io, perché gli spunti di riflessione che Leggere la fotografia di Augusto Pieroni offre, al di là delle pratiche griglie, sono tanti e dotati di un discreto peso specifico.

Concludo riportando la definizione di immagine fotografica che si trova nei primi capitoli del libro, perché mi sembra una delle più interessanti tra quelle che è possibile reperire dall’avvento del digitale a oggi. La famiglia delle immagini fotografiche scrive Pieroni:

comprende tutte le immagini, sia analogiche che digitali, sia statiche che in movimento, sia registrate che in tempo reale, prodotte per amministrazione e controllo dei flussi di luce – naturali e/o artificiali – mediante dispositivi meccanici e/o organici, di modulazione, memorizzazione e/o presentazione in forma.

Data questa definizione, Pieroni procede escludendo dalle tipologie di immagini sulle quali si appunteranno gli strumenti di analisi critica che andrà a descrivere e organizzare, le immagini in movimento e quelle in tempo reale, cioè quelle non registrate su supporto fotosensibile statico.

Lo avrei fatto anch’io. In qualche modo, Pieroni è come me.


4 commenti su “Leggere la fotografia di Augusto Pieroni. Una road map per l’osservazione e il pensiero critico.”

  1. Grazie infinite Cinzia! Come capirai, questo libro ha collezionato una gran massa di reazioni (di ogni tipo, credimi!) ma una reazione così articolata e propositiva era un bel po’ che mancava. Il libro non è stato riscritto – pur essendo in piedi un’ipotesi – perché, alla fin fine, i libri non si riscrivono: contengono uno specifico Zeitgeist (o solo un po’ di polvere raccolta scrivendo) cui è inutile fare dei lifting. Lavoro ancor oggi con l’aggiornamento di quelle idee, quindi le tengo vive modificandole di fatto: sarebbe sciocco dire: “sono altrove”, no: “ci sono cresciuto dentro”.
    Non conosco bene il tuo lavoro, ma uno che venera Perec come me non poteva non trovarti, prima o poi. Non sei sui social (chapeau!) – il che è un segno di sanità mentale. Quindi come ci si tiene in contatto?
    Un saluto cordialissimo e a presto.
    Augusto Pieroni

    1. Buonasera professore. Credo di essere mentalmente sana, ma non so se la presenza sui social sia un metro di giudizio valido. Uso un po’ Twitter e avrei suonato a casa sua, quasi due anni or sono, se quel suo primo e unico commento non mi fosse sembrato un suggerimento a desistere. Può contattarmi come vuole, magari evitiamo i piccioni (simpatiche e amabili bestiole).
      Grazie per il bel commento, lei continua a conquistarmi.

      1. Temo di essere stato bloccato perché non ricordavo di “Semiotic Rider”… (sempre se la domanda alludeva a quello)… Mi capita di farlo io agli altri, ma non mi capita spesso di essere esaminato sui miei libri! 🤦🏻‍♂️😅

        1. Non l’ho bloccata, ma se avessi avuto maggiore prontezza di spirito le avrei chiesto anche il nome del bibliotecario. La domanda su Semiotic Rider aveva un suo senso, quella sul bibliotecario ne avrebbe avuto un altro, ma come si dice: ogni lasciata è persa. “Fototensioni” non l’ho letto tutto. Se “Leggere la fotografia” è ancora un libro da leggere, non penso si possa dire lo stesso di “Fototensioni”, ricordo però una sua velata critica a Barilli che penso abbia, a suo tempo, contribuito in parte al mio “innamoramento”.

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