Michele Smargiassi: Un'autentica bugia | I taccuini di Perec
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Michele Smargiassi. Un’autentica bugia (2015).

Quando, quanto, dove, come e perché le fotografie mentono? A queste domande Michele Smargiassi ha risposto con Un’autentica bugia. un libro del 2015, Vi state chiedendo se fossero domande essenziali? Lasciate che vi spieghi.

Quando parliamo di fotografia ci imbattiamo in una moltitudine di pregiudizi e luoghi comuni dai quali non è facile allontanarsi perché ci siamo dentro fino al collo ed è come la storiella del pesce che non sa cosa sia l’acqua.

Il pregiudizio principe è quello che ci porta a credere che la fotografia sia nata per dire la verità.

Non dico che Un’autentica bugia di Michele Smargiassi dovrebbe essere obbligatorio nelle scuole, anche se l’idea di una sua riduzione ad uso scolastico da parte dell’autore non mi sembra malvagia. Vorrei però dirvi le ragioni per le quali lo ritengo un libro necessario.

Tanto per cominciare non è stato scritto per gli specialisti o per gli appassionati. Si rivolge a tutti, non necessariamente a chi si interessa di fotografia per una ragione o per l’altra. Alcuni di voi, leggendolo, potrebbero faticare più di altri, ma è un testo nel complesso ampiamente godibile.

La fotografia-testimonianza

Possiede inoltre un pregio indubbio, parla di una tipologia precisa di immagine fotografica, quella che l’autore definisce la fotografia-testimonianza.

Che non è la fotografia documentaria perché, lasciate che vi spieghi, se fosse così semplice, se si potesse prendere tutta la cosiddetta fotografia documentaria e considerarla come testimonianza della verità nel mondo, un libro come questo non sarebbe mai stato scritto.

È vero, alcune argomentazioni si adattano perfettamente all’analisi di fotografie di altro tipo, ma il pregio indubbio di Un’autentica bugia sta nel fatto che, stringendo il campo di indagine, l’autore ha potuto liberarsi dai molti possibili fraintendimenti e da certe fumose circonvoluzioni del pensiero alle quali è facile soccombere quando si affrontano questioni teoriche in fotografia. Credetemi, ho letto qualche libro sull’argomento e so di cosa parlo.

La fotografia-testimonianza, la fotografia che l’autore ci invita a esplorare nella sua quotidiana utilità, è quella che ci si para davanti quando apriamo i giornali e le riviste. Potremmo trovarla ai processi o come fonte per la ricerca storica e per lo studio nei più svariati campi del sapere.

A questo tipo di fotografia Smargiassi insegna a guardare in modo non ingenuo. Ed è, credetemi, un insegnamento prezioso. Sembra che l’alternativa allo sforzo che richiede imparare a rapportarsi alle fotografie, oggi che sappiamo quanto esse possano mentire, consista nel privarci della fotografia come fonte di conoscenza.

O vero o falso, o tutto o niente, o bianco o nero, manicheismo schietto e secco. Fantasilandia. La realtà è molto diversa.

Digitale e analogico: la falsa rivoluzione (cit.)

Ricordo ancora il fastidio che provavo nei primi anni di diffusione del digitale sentendomi privata, come fruitrice di immagini fotografiche, di informazioni che ritenevo fondamentali. Che in didascalia o sull’etichetta di una fotografia esposta non si indicasse il metodo di produzione e stampa, mi sembrava quasi fraudolento. Mi chiedevo perché si sentissero in dovere di scrivere “acquarello su carta”, tecnica nota a chiunque avesse avuto un’infanzia, e non si sforzassero di scrivere “stampa ai sali d’argento” per assicurare il visitatore di non trovarsi davanti ad una stampa digitale.

Oggi non mi arrabbio più, so distinguere quasi sempre tra fotografia numerica e analogica. Possono scriverci quello che vogliono sulle loro maledette etichette, tanto non mi fregano.

Lasciate che vi spieghi. Al netto del mio veganesimo che mi spinge a ripudiare tutto ciò che di nuovo viene prodotto in ambito analogico, il problema ormai sta altrove. La linea del Piave, come la chiama Smargiassi, quella che separa il mondo digitale col semaforo rosso e il mondo analogico col semaforo verde è pura illusione. Chi ha un minimo di familiarità con la fotografia lo sa.

Fotografia analogica o digitale non fa differenza, di fronte a entrambe potremmo continuare, malgrado siano passati alcuni anni, a sottoscrivere le parole di Sergio Romano che nel 1997 si faceva promotore di una diffusa quanto inascoltata esigenza di contesto. Reclamava, l’ambasciatore, per le immagini televisive e fotografiche, una sorta di avviso per il consumatore che lo mettesse a conoscenza di una serie di fatti (autore, data, condizioni della ripresa, situazione esterna all’inquadratura) esattamente come fanno le etichette sui prodotti alimentari.

La traccia, il vero, il falso

Lasciate che vi spieghi. Se la fotografia possiede qualcosa di proprio e di irriducibile, questo è il principio della traccia. Benché il fior fiore della ricerca filosofica contemporanea talvolta si rifiuti di ammetterlo, si tratta di un dato semplice semplice, al di là del quale, come ebbe a scrivere Max Kozloff nel 1994, ogni discorso sulla fotografia si accartoccia su se stesso come una foglia secca.

No, scusate, la metafora è mia. Kozloff, citato da Smargiassi, molto più sobriamente scrisse che:

chi nega l’autenticità della traccia fotografica nega ciò che la fotografia è, e non ha più nulla da dire al riguardo.

Dunque la traccia è autentica. La traccia però non è la fotografia e la fotografia non è la verità. Come si sia potuta confondere la traccia con la verità è presto detto, ma solo se avete letto con attenzione questo libro.

Ve lo spiego come farebbe Camilleri: è dal giorno in cui la fotografia è stata presentata al pubblico e rivelata al mondo che ci scassano i cabbasisi con il pennello della natura e con la precisione del dettaglio.

Ma la traccia non è che una porzione infinitesimale del procedimento fotografico, e la traccia stessa è un segno culturale, non vi è nulla di naturale in essa essendo, come ben sappiamo, il prodotto di un meccanismo creato dall’uomo.

Manuale di sopravvivenza o stradario, come preferite voi

Prima e dopo il momento della traccia, una serie di scelte e incroci tra una decisione e l’altra conducono all’immagine finale. Ciascun incrocio corrisponde a una manipolazione più o meno deliberata dell’immagine e può dar luogo a una alterazione della traccia di grado diverso, fino a una vera e propria sua falsificazione.

Se l’osservatore non conosce le regole che governano la segnaletica stradale rischia di perdersi o di finire stirato tra un incrocio e l’altro.

Provo a spiegarvelo così: potete considerare la parte centrale di Un’autentica bugia, in cui Michele Smargiassi spiega le diverse modalità con le quali una fotografia può mentire, come una specie di Tuttocittà. Ma dovete tenere a mente che non esiste un grado zero della fotografia, un livello puramente denotativo, un territorio vergine e non alterato dall’uomo.

Fino a che punto possiamo accettare la manipolazione di una fotografia-testimonianza? A quale grado di manipolazione si deve giungere prima di poter gridare al reato?

L’importante, sottolinea Smargiassi, è che le manipolazioni non vadano a cambiare il “contenuto comunicativo dell’immagine”.

Contenuto comunicativo: uhm, questo sembra difficile

Poiché si parla di fotografia-testimonianza sostituirei “comunicativo” con “informativo” e perdoni l’autore questa piccola licenza. A questo punto non resta che esigere storia e contesto, ragionare su storia e contesto:

l’unica fotografia che mente, in fondo, è quella che cerca di uscire dalla storia, di sottrarsi alla critica della storia.

Ogni fotografia è (anche) un prelievo. Rilevare la presenza di una recinzione e considerarla esteticamente poco consona o fuorviante rispetto a ciò che vogliamo che la fotografia comunichi può condurre a decisioni e azioni potenzialmente gravi da un punto di vista puramente etico e professionale. Alterare il paesaggio urbano significa alterare una condizione di vita, di relazione, creata dall’uomo per l’uomo in un determinato momento della sua storia. Ma no, era solo un paletto, qualcuno potrebbe obiettare.

Lasciate che vi spieghi. Talvolta certe piccole ingenue bugie producono più danni di quanto si possa immaginare. Non sappiamo cosa potrebbe essere importante per l’osservatore di domani. La fotografia-testimonianza è informazione, e talvolta l’informazione può trovarsi in ciò che a noi appare incongruo e marginale.

Sapete, la realtà è complessa, non la si trova nei manifesti pubblicitari. Smargiassi ci avverte: quanto più una fotografia risulta centrata dal punto di vista del messaggio tanto più è probabile che sia una fotografia falsa o falsificata.

Cosa dobbiamo chiedere alla fotografia

Trasformare le difficoltà in opportunità. C’è una parola molto di moda per indicare questa situazione: resilienza. Un’autentica bugia trasforma in opportunità la difficoltà creata dall’avvento del digitale, o meglio, dalla rivoluzione che il digitale ha determinato nel sistema-fotografia al di là della semplice sostituzione di una tecnica di prelievo con un’altra.

Potrebbe essere molto gradevole, per chi ama conoscere e apprendere, scoprire di essere parte di questo sistema complesso che è il sistema dell’informazione fotografica. Perché, lasciate che vi spieghi, se è vero che l’esito formale di ogni fotografia è determinato dalle scelte compiute dall’autore durante il processo di produzione dell’immagine, è pur vero che nella realtà comunicazionale della fotografia altri fattori rivestono ruoli ugualmente determinanti.

Gli autori non sono in grado di controllare il mondo relazionale al quale le fotografie vanno incontro. Ogni fotografia viene modificata sia dallo sguardo di chi la osserva sia dai contesti di produzione e diffusione delle immagini. Questo mondo relazionale che abbiamo la possibilità di disegnare come “patto contestualizzato” e utile alla nostra comprensione del mondo è la fotografia, perché la fotografia, credetemi, si dà sempre in un sistema di relazioni.

A questa fotografia, alle sue qualità e peculiarità depurate dai luoghi comuni stratificatisi in 180 anni di storia, l’autore ci chiede di credere ancora. Ma facendo appello al nostro senso di responsabilità e alla nostra capacità critica e non all’autorevolezza e all’onestà dei singoli fotografi o delle singole agenzie e testate. Perché, lasciate che vi spieghi, alle fotografie dobbiamo e possiamo chiedere ancora ciò che non può essere garantito da nessuna qualità umana e da nessuna autorevole firma.


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