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Cosa vediamo quando guardiamo le fotografie di Sebastião Salgado?

Tempo di lettura stimato: 11 minuti

Sebastião Salgado è un fotografo di grande notorietà e non sarà certo questo blog a fornirvi su di lui notizie fresche e originali. Conosciamo il modo in cui Salgado svolge le proprie inchieste e sappiamo come vengono finanziate. Il modo in cui Salgado confeziona e diffonde il proprio lavoro è noto a tutti1.

È un freelancer, non un fotoreporter tradizionale. Non lavora in agenzia né per le agenzie, non più e ormai da molto tempo (ha lavorato con Sygma, Gamma e Magnum prima di dare vita con la moglie Lélia all’agenzia di produzione Amazonas Images). Ha potuto e saputo gestire la propria vita come pochi e non si può dire che non abbia restituito ciò che la vita gli ha offerto. L’Instituto Terra, per fare solo un esempio, è un grande dono all’umanità intera.

Conosciamo gli ampi dibattiti e le aspre critiche suscitate dalle sue immagini, ritenute troppo belle e dunque politicamente reprensibili. Salgado è diventato, forse a causa della sua notorietà, uno dei principali bersagli della critica all’estetizzazione e spettacolarizzazione del dolore.

Estetizzare la tragedia: un minimo di contesto

Negli anni ‘80, i fautori dell’autenticità documentaria – quelli di sinistra che non strumentalizzavano il dibattito ma lo nutrivano – basavano le proprie critiche alla cosiddetta estetizzazione del dolore sul pensiero di autori come Ernst Bloch, Walter Benjamin e Theodor Adorno che si erano trovati, in un momento storico diverso dal nostro, a dover reagire alle tendenze fotografiche legate alla Nuova Oggettività.2

All’origine di questa più o meno consapevole tendenza a contrapporre l’estetico e il politico in arte e in fotografia c’era, tra l’altro, la radicalizzazione se non il fraintendimento del passo finale dell’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin:

“L’umanità, che in Omero era uno spettacolo per gli dèi dell’Olimpo, ora lo è diventata per se stessa. La sua autoestraniazione ha raggiunto un grado che le permette di vivere il proprio annientamento come un godimento estetico di prim’ordine. Questo è il senso dell’estetizzazione della politica che il fascismo persegue. Il comunismo gli risponde con la politicizzazione dell’arte.”

I presupposti della nuova tendenza critica erano deboli perché riproponevano, senza attualizzarli, dibattiti nati in altri contesti. Con gli anni infatti, queste nobili ma discutibili origini si persero, confondendosi nel chiacchiericcio di un giornalismo politico superficiale e poco informato.

A queste critiche, tendenti a tenere separati i domini dell’estetica e della politica in base al frainteso dettato benjaminiano3, Salgado ha sempre opposto decise obiezioni volte a difendere non solo il proprio lavoro, ma quello di una intera generazione di fotografi che oggi alcuni ritengono a rischio di estinzione.

Salgado ha fotografato le grandi migrazioni planetarie dopo aver vissuto come immigrato, ha fotografato la povertà dopo averla vista diffondersi e distruggere il paese in cui è cresciuto. Ha fotografato per dovere morale, consapevole delle forze politiche ed economiche responsabili di tanta sofferenza. Tutto si tiene nel mondo di Salgado, la vita e la fotografia si fondono. È per questo che Salgado è un autore.

La critica a Salgado può essere suddivisa in due macro aree: c’è la critica agli aspetti commerciali che è quella più evidente ma meno solida, e c’è la critica alle fotografie stesse, alla loro esteticità. Iniziamo dalla prima.

Troppo commercio

A partire da Terra, il progetto sui Sem Terra del Brasile, Salgado ha creato un sistema di diffusione del proprio lavoro che può far pensare al merchandising più bieco. La realtà è che queste “mostre pacchetto” (nel 1996 sono stati prodotti 2000 kit contenenti 50 poster ciascuno) hanno generato un introito che è tornato sotto forma di finanziamento al Movimento dei Sem Terra4. Non solo. Chi soffre davvero – lo dice Salgado, ma lo diceva anche Susan Sontag che faceva parte del mondo dei “critici” – vuole che il proprio disagio sia reso noto attraverso i mezzi e le metodologie più adatte allo scopo. Solo la minoranza che non soffre discute della predominanza degli aspetti economici ravvisabili nel lavoro di Salgado, gli altri si soffermano sui contenuti.

“Parlare di una realtà diventata spettacolo è di un provincialismo che lascia senza fiato. Equivale infatti a universalizzare il modo di pensare di una piccola popolazione istruita che vive nei paesi ricchi del mondo, dove l’informazione è stata trasformata in intrattenimento.”

Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, Mondadori, 2003, p. 96.

Troppa bellezza

Il mercato dell’arte è capacissimo di fagocitare le migliori intenzioni di qualunque fotografo. Con Salgado ha vita dura perché i suoi progetti tendono alla creazione di grandi storie, raccontano situazioni createsi nel corso del tempo e vivono nei libri, nelle sequenze, accompagnati da testi e da lunghe didascalie esplicative. La dimensione storica quando si fa racconto non si frantuma lungo la linea del tempo.

Sebastião Salgado non è un fotoreporter, non si precipita dove qualcosa sta per succedere o è in corso. È un economista, vede i problemi su scala globale e documenta condizioni di vita stabili o persistenti, nel bene e nel male. Tutto è grande nel mondo di Salgado, esteso nel tempo e nello spazio. Chi lo accusa di non dare valore al singolo5 dimostra di rifiutare il confronto a priori o di non vedere cosa ha davanti.

La critica all’estetizzazione del dolore si appunta solitamente sulla decontestualizzazione dell’immagine. Non valorizzare l’individuo, per esempio non riportandone il nome in didascalia, significa, secondo questi critici della dimensione epica salgadiana, ridurlo a esempio “rappresentativo di un’etnia, di un’occupazione o di una condizione di disagio”.

In breve: inserire in una dimensione epica le sofferenze e le disgrazie patite dalle popolazioni che abitano il sud della Terra allontanerebbe l’osservatore dall’idea della possibilità di un intervento a livello politico, favorendo la deresponsabilizzazione su questioni che andrebbero invece affrontate in dimensione storica e su basi concrete.

Sebastião Salgado: dal Sahel a Genesi

Il deserto del Mali nel 1985, vasto e bianco, segnato da un contrappunto di alberi secchi e radi, è di una bellezza struggente. La magrezza del bambino che l’attraversa a passo deciso, il corpo leggermente proteso in avanti, racconta di una lotta, impari certo, ma una lotta. La grandezza – mi verrebbe da dire morale, ma so che sarebbe una proiezione, so che questa parola, con i significati che le attribuisco, riguarda me e la cultura alla quale purtroppo appartengo – di questa esile figura che cammina nel deserto mi sembra riconoscibile, malgrado l’assenza di un nome in didascalia, a livello individuale. Non c’è nulla che mi spinga ad attribuirla a un’etnia.

“La devozione di Salgado nei confronti delle persone fotografate spesso le trasforma in immagini sacre. […] Quelle di Salgado cominciano dalla compassione per portarci verso ulteriori riconoscimenti. Uno dei primi è che la carestia non cancella la dignità umana.”

Levi Strauss. Op. cit., pp. 52-54.

Da economista Salgado aveva studiato a fondo l’Africa, il Ruanda in particolare, e conosceva bene le ragioni degli squilibri presenti in questi territori. Allora io, che non so nulla di politica e di economia, se rifletto sulle critiche all’estetizzazione del dolore avverto come uno scollamento. È difficile da definire ma lo chiamerei “l’apparente inconciliabilità tra macrocosmo e microcosmo”.

Genesi

Provate a prendere in mano Genesi6. Provate a sfogliarlo e a lasciarvi tirare dentro fino ad avere voglia di leggere tutti i testi che accompagnano quelle meravigliose immagini: per saperne di più, per conoscere di più. Sono in bianco e nero tutte quelle fotografie. Un bianco e nero fortemente astraente che lascia spazio alla trasfigurazione soggettiva dell’immagine pur documentando la bellezza della natura e dei suoi abitanti.

La sezione chiamata Santuari è dedicata ai “santuari del pianeta”, così chiamati perché, come spiega Salgado, sono isole che custodiscono una biodiversità particolarissima. Il popolo dei Korowai abita la Papua Nuova Guinea ed è, tra le popolazioni indigene della zona, quella che ha avuto meno contatti con il mondo occidentale.

Un cacciatore Korowai torna al proprio villaggio con un maiale selvatico sulle spalle. Cammina con lo sguardo abbassato, fissando la strada davanti ai suoi passi; i suoi grandi occhi scuri hanno un’espressione intensa e meravigliata. Regge sulla schiena l’animale privo di vita, come certe donne portano i loro bambini, con grande cura e attenzione. I Korowai si cibano di quel che trovano nella foresta: animali, insetti e frutti. I maiali selvatici sono difficili da trovare.

I reportage di Salgado necessitano di grandi finanziamenti: per la logistica, i trasporti, l’organizzazione. Richiedono mezzi e attrezzature all’avanguardia, il meglio che la tecnologia odierna possa offrire, ma è uno sporco lavoro e qualcuno lo deve fare. Sinché ci saranno i Salgado, non avremo bisogno di un triste baraccone come l’Acquario di Genova. Naturalmente potrete dichiararvi in disaccordo, ma prima avete l’obbligo di leggere John Berger,7 altrimenti il disaccordo non vale.

Vedere Sebastião Salgado

Nel primo breve saggio contenuto in Politica della fotografia, David Levi Strauss mette a confronto due articoli che affrontano, da due punti di vista opposti, il problema della commistione tra bellezza e politica nelle fotografie di Salgado e si chiede se i due autori stiano discutendo delle stesse immagini.

Se ci soffermiamo a riflettere sulle fotografie di Salgado e sulle critiche che hanno ricevuto nel tempo è facile vedere come tutta la questione nasca da un problema culturale, o pseudo-culturale, che ha radici lontane. Il problema non nasce con Salgado e nemmeno con la fotografia, ma dallo sguardo di chi osserva.

“Dobbiamo continuamente tenere a mente che il soggetto del fotogiornalismo di Salgado non è lì, infatti non è il visibile ma l’invisibile: ciò che è stato represso e di cui non si parlerà. Compare sempre al bordo dell’immagine o nella difficile negoziazione tra lo spazio d’origine, lo spazio incorniciato dell’opera e lo spazio sociale rimosso di ogni estetica, che è anche uno spazio culturale.”

Michael Palmer, “Active Boundaries: Poetry at the Periphery”, in Onward: Contemporary Poetry and Poetics, a cura di Peter Baker, Peter Lang Publishing, New York, 1996, p. 265.

Ogni fotografia implica un relazionarsi del fotografo al soggetto. Fare fotografie come quelle di Salgado significa ficcarsi in una relazione molto complicata e densa di problemi politici. Affrontare queste difficoltà crea tensioni culturali ed estetiche che costituiscono il valore comunicativo dell’immagine fotografica. L’alternativa consiste nell’evitare le difficoltà, quindi la relazione, lavorando nel pregiudizio.

La bellezza delle immagini di Salgado appartiene a Salgado, ma l’estetizzazione in sé è inevitabile, appartiene alla rappresentazione, che sia fotografica, letteraria o altro. L’autore non ha scelta, per essere leggibili i suoi pensieri devono acquisire una forma ossia un codice culturale: “Questa è l’estetizzazione”, scrive David Levi Strauss.8


Crediti fotografici: Sebastião Salgado photo exhibition: “Genesis” at National Museum of SingaporeNational Museum of Singapore, Jnzl’s Photos on Flickr (CC BY 2.0). // Antonio Carlos Lima Barbosa, Instituto Terra, CC BY SA 3.0. Opera derivata. Wikimedia Commons contributors. File:Instituto Terra 1, Aymorés-MG.jpg [Internet]. Wikimedia Commons, the free media repository; 2020 Sep 27, 23:12 UTC [cited 2021 Feb 8].


References
  1. Repubblica.it. «Come funziona il “sistema Salgado”». Fotocrazia.[]
  2. Levi Strauss, David. Politica della fotografia. Postmedia, 2007, p. 18.[]
  3. Come fa notare Ariella Azoulay in Civil Imagination, la confusione tra le diverse categorie considerate si trova già nel testo di Benjamin dove, nella parte finale, l’arte si sostituisce all’estetica in modo ingiustificato. Azoulay, Ariella. Civil Imagination. Ontologia politica della fotografia. Postmedia Books, 2018, pp. 37-43.[]
  4. Sebastião Salgado. Dalla mia terra alla terra. Contrasto. 2013.[]
  5. Sontag, Susan. Davanti al dolore degli altri. Mondadori, 2003, pp. 68-70.[]
  6. Sebastião Salgado. Genesi. Taschen. 2013.[]
  7. Berger, John. Sul guardare, Bruno Mondadori, 2003.[]
  8. Levi Strauss. Op. cit., p. 22.[]

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