Tony Gentile fa causa alla Rai, ma non è una semplice causa civile | I taccuini di Perec
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Tony Gentile e la RAI: non una semplice causa civile.

Qualche anno fa, il fotoreporter Tony Gentile ha fatto causa alla RAI per l’utilizzo non autorizzato e non retribuito di una sua fotografia, quella che rappresenta Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in conversazione amichevole durante una conferenza tenutasi in Sicilia il 27 marzo del 1992. Circa un anno fa, il tribunale di Roma, in base alla legislazione italiana sul diritto d’autore, ha emesso la propria sentenza a favore della RAI.

Questi gli estremi: tribunale di Roma, sezione XVII, nella causa civile di I grado iscritta al n. 75066 R.G.A.C. dell’anno 2017, udienza del 07/03/2019.

Il Tribunale di Roma, dovendo decidere del grado di autorialità presente nella fotografia di Tony Gentile, non ha creduto di ravvisare in essa alcuna originalità di creazione pertanto, trattandosi di una semplice fotografia e non di un’opera dell’ingegno, in base alla legge italiana denominata Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio (ossia legge n. 633/41) i diritti di sfruttamento economico da parte del suo autore si ritengono scaduti da tempo.

A quale grado di elaborazione ed espressione personale deve giungere una fotografia affinché la si possa ritenere opera dell’ingegno? Secondo la sentenza del Tribunale di Roma non vi sarebbe alcun lavoro di creazione intellettuale nel tentare di captare da una situazione di fatto un’immagine che possa trasmettere al lettore di un quotidiano come il Giornale di Sicilia informazioni non altrimenti deducibili. Nessun intento di organizzazione spaziale degli elementi visivi vi sarebbe nello spostarsi da una posizione a un’altra per dare ordine formale a soggetti non sottoposti a controllo esterno, nel farlo nei pochi secondi a disposizione, coordinando corpo e mente. In base alle argomentazioni della sentenza, perché una fotografia possa essere considerata opera dell’ingegno occorre che se ne possano valutare caratteristiche che sembrano appartenere tutte o quasi all’ambito della fotografia d’arte o della fotografia applicata. Il reportage sembra pregiudizialmente rientrare nella disciplina che regola le cosiddette semplici fotografie. Se pensiamo ai grandi fotoreporter che costellano il cielo della storia dell’immagine fotografica ci accorgiamo subito dell’assurdità di tali argomentazioni.

Quante sono le fotografie al mondo che ritraggono Falcone e Borsellino in un momento di gioviale condivisione? Perché il popolo italiano, in modo unanime, ha scelto la fotografia di Gentile come strumento adatto a elaborare il lutto per una perdita dolorosa?

Rileggiamo cosa scrive Roland Barthes a proposito del lutto:

La Fotografia – la mia Fotografia – è senza cultura: quando è dolorosa, nulla, in lei, può trasformare l’afflizione in lutto. […] È il teatro morto della Morte, l’impedimento del Tragico; esso esclude qualsiasi purificazione, qualsiasi catharsis. Potrei benissimo adorare un’Immagine, un Dipinto, una Statua, ma potrei adorare una foto? Io posso calarla in un rituale (sul mio tavolo, in un album), solo se, in un certo senso, evito di guardarla (o evito che essa mi guardi) eludendo volontariamente la sua compiutezza insopportabile, e, proprio attraverso la mia disattenzione, facendola entrare in una categoria completamente diversa di feticci: le icone, che, nelle chiese greche, vengono baciate senza che le si veda, sul vetro gelido.

Barthes, R. La camera chiara. Einaudi, 2003, p. 91.

Nel caso di questa fotografia di Falcone e Borsellino il termine icona, con il significato che assume quando viene applicato alle fotografie, potrebbe non essere sufficiente a definire il ruolo che questa immagine ha svolto nella società italiana dalla morte dei due magistrati in poi.

Se seguiamo il ragionamento di Barthes, che usa il termine icona in senso più letterale e meno traslato, sembra proprio che i giudici del Tribunale di Roma abbiano confuso l’immagine di Gentile con il rituale della società che la sta usando, e che abbiano formulato la loro sentenza senza escludere questi aspetti sociali e rituali dalla loro valutazione. I giudici del Tribunale di Roma hanno lasciato che questi aspetti, ricaduti sulla fotografia di Gentile a seguito di terribili eventi storici, entrassero nella loro sentenza come se fossero estranei all’immagine (e su questo non si può che convenire) ma, allo stesso tempo, come se fossero pertinenti a una valutazione concernente il suo valore e la sua autorialità.

Sembra che la grande notorietà di questa fotografia e le emozioni che è capace di suscitare abbiano reso impossibile, a persone prive degli adeguati strumenti culturali, una valutazione oggettiva delle sue caratteristiche formali ed espressive, l’individuazione dei suoi aspetti linguistici e contenutistici.

Che il collegio romano abbia giudicato la fotografia di Gentile senza guardarla sembra evidente. Sarebbe arduo provare a rintracciare nel testo della sentenza un riferimento diretto all’immagine, un tentativo di lettura o di verbalizzazione. È una sentenza al negativo in cui si afferma come non vi sia nella fotografia di Falcone e Borsellino scattata da Gentile neppure la scelta dell’inquadratura!

Cosa avrebbero potuto scrivere i giudici se avessero guardato la fotografia di Tony Gentile? Si tratta di un bianco e nero pulito, con una ortogonalità quasi perfetta. Un’impostazione classica, adatta a una situazione istituzionale, che vibra per il contrasto con un momento di condivisione serena. È il lavoro di un professionista che ha saputo individuare la particolarità di un momento all’interno di una situazione data e che ha saputo organizzarla a livello formale.

Una volta riconosciuto questo, o qualcosa di simile, e dopo averlo verbalizzato, i giudici avrebbero potuto procedere con una valutazione del livello di autorialità e creatività presenti nell’immagine.

Ma sembra sia molto difficile distinguere la buona fotografia di reportage dal souvenir della famigliola in vacanza senza una adeguata preparazione cioè senza una vaga idea di ciò che comporta il procedimento fotografico e il lavoro di un reporter.

Era l’aprile del 1947 quando la rivista Ferrania pubblicava il manifesto del Circolo Fotografico La Bussola. A rileggerlo oggi, il Manifesto del gruppo marchigiano con il suo idealismo crociano (di cui Giuseppe Cavalli all’interno del gruppo era l’unico fedele e irremovibile adepto) rivela sorprendenti assonanze con il testo scritto dal Tribunale di Roma:

Noi crediamo alla fotografia come arte. […] È dunque possibile essere poeti con l’obiettivo come con il pennello lo scalpello la penna: anche con l’obiettivo si può trasformare la realtà in fantasia: che è la indispensabile e prima condizione dell’arte. Ma ecco nascere da queste premesse una conseguenza di grande importanza: la necessità di allontanare la fotografia, che abbia pretese di arte, dal binario morto della cronaca documentaria. […] In arte il soggetto non ha nessuna importanza. […] Non si vuol con questo disconoscere l’utilità nel campo pratico del documento fotografico e com’esso sia vitale per la cronaca e il ricordo dei tempi. Ma il documento non è arte; e se lo è, lo è indipendentemente dalla sua natura di documento, anzi solo in quanto codesta natura è stata, per così dire, annullata e trasfigurata in un universale sentimento lirico misteriosamente sbocciato nel cuore dell’artista per virtù d’intuizione.

La fotografia di Tony Gentile è, scrive il Tribunale, “una testimonianza, a mo’ di cronaca, di una situazione di fatto“, il suo valore “risiede nei soggetti e nelle vicende storiche che li riguardano“. Per queste ragioni, secondo il Tribunale romano essa rientra nell’ambito delle semplici fotografie i cui diritti restano in vigore per soli vent’anni dalla data dello scatto.

Con le sue argomentazioni, il Tribunale che ha giudicato la fotografia di Tony Gentile ha cercato di convincerci, come se ve ne fosse bisogno, che questa fotografia di Falcone e Borsellino non è un’opera d’arte. Ha scelto di proiettarci in un clima surreale basando la propria sentenza su presupposti che nemmeno Cavalli nel 1947. La fotografia di Tony Gentile è una fotografia di reportage, fa parte di un servizio di cronaca. La sua creatività, la sua autorialità, quelle caratteristiche che la rendono diversa da altre fotografie che ritraggono gli stessi soggetti e le stesse vicende storiche, e che le hanno permesso, al contrario di altre immagini, di diventare lo strumento per l’elaborazione di un lutto nazionale, dovrebbero poter essere giudicate in base ad altre premesse.


Approfondimenti

Di seguito il link all’articolo di Michele Smargiassi con uno stralcio dalla sentenza. Sotto un incontro con Tony Gentile, tenutosi a Palazzo Ducale di Genova nel 2018, a cura dell’Associazione Culturale 36° fotogramma.


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