Ugo Mulas: la fotografia che spiega.

  • Silo

Guardare le sequenze di Mulas e dire, come fa Sgarbi, che non vi è nulla da aggiungere perché “Mulas spiega” è corretto agli occhi dello storico dell’arte. Lo storico della fotografia invece sente l’esigenza di aggiungere parole perché potrebbe sfuggire quanto l’opera di Mulas sia stata unica. Il critico della fotografia preferisce pensare a Mulas come a un modello da studiare e indicarlo, come si indica un cammino prematuramente interrotto, a coloro che siano in grado di accoglierne l’insegnamento.

Fotografia digitale: diciamo che i numeri li avrebbe…

Sembra che la smaterializzazione, con le sue importanti conseguenze, sia stata l’unica rivoluzione apportata dal digitale. Comunque la si veda, a me sembra che pensare i due sistemi come diversi, a parte la necessaria “posa”, possa aiutare i fotografi a ripensare la propria pratica fotografica. Agli storici, ai critici e ai teorici, che siano fotografi o no, il digitale ha offerto l’occasione per mandare in pensione le vecchie formule apodittiche, per ripensare i paradigmi, i linguaggi, le parole.

I fotografi del bar delle Antille, pardon, Jamaica.

È alla Braida del Guercio, il Bar Jamaica. Ci sono le piastrelle bianche, un bancone di legno e un cortiletto esterno con i tavolini malmessi e le sedie mal prese. Ci trovavi seduti i pittori, per nulla capelluti come vorrebbe farci credere Luciano Bianciardi. Tra i fotografi, all’inizio degli anni Cinquanta, oltre ad Alfa Castaldi, Mario Dondero e Ugo Mulas, ci trovavi Giulia Niccolai, Jacqueline Vodoz e Carlo Bavagnoli. Alcuni proseguirono, altri cambiarono mestiere.