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Silo

Di cosa si nutrono gli abitanti dell’universo fotografico? Nel Silo de I taccuini di Perec ci sono i libri, le immagini, i pensieri dei due secoli più controversi e caotici della storia. Le fotografie che sono diventate icone e quelle che sono diventate simboli. I libri e gli scrittori che devono essere letti e conosciuti, quelli che si rileggono mille volte, per tutta la vita. Ci sono i pensieri che hanno formato l’ossatura della nostra storia, giusti o sbagliati che fossero. La fotografia è entrata nella storia dell’umanità come oggetto antropologicamente nuovo. Lo ha detto Roland Barthes. Roland Barthes se ne sta nel Silo, insieme a Robert Capa, Ansel Adams, Robert Frank, Walter Benjamin, Rosalind Krauss. Nel Silo c’è chi ha posato una pietra, chi ha creato un livello di pensiero, un presupposto. Qualcosa che sia rimasto valido per decenni o che sia stato superato, ma necessariamente superato, hegelianamente. Si potrebbe dire che stiamo parlando delle basi, come quando si entra in età scolare e si comincia dall’ABC. Ma qui non si tratta di bignami, manuali, concentrati di storia, centrifughe di concetti. Si tratta delle vette. D’altra parte, se decidessi che nel Silo ci sono i manuali sorgerebbero altri problemi: di fronte a Beaumont Newhall c’è chi ripete vade retro. Prevedo dunque, che questa categoria, la quale in base a una visione occidentale dovrebbe costituire il fondamento dell’intera costruzione, finirà col riempirsi molto lentamente, con interventi minimi. Aggiungere e togliere. Scrivere, cancellare e riscrivere. Come un giardino zen.

Ugo Mulas, la scena dell'arte | I taccuini di Perec

Ugo Mulas: la fotografia che spiega.

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Guardare le sequenze di Mulas e dire, come fa Sgarbi, che non vi è nulla da aggiungere perché “Mulas spiega” è corretto agli occhi dello storico dell’arte. Lo storico della fotografia invece sente l’esigenza di aggiungere parole perché potrebbe sfuggire quanto l’opera di Mulas sia stata unica. Il critico della fotografia preferisce pensare a Mulas come a un modello da studiare e indicarlo, come si indica un cammino prematuramente interrotto, a coloro che siano in grado di accoglierne l’insegnamento.

Giovanna Calvenzi e Renate Siebenhaar-Zeller (a cura di). Pietro Donzelli. Contrasto, 2006.

Pietro Donzelli: il neorealista, l’antiretorico. Dal dopoguerra agli anni Sessanta.

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Nulla accade. C’è il Po, ci sono i cortili e i muri scrostati di Milano bombardata, c’è la terra arsa delle crete senesi e in questi spazi dove l’uomo vive, l’epifania si fa attendere; i giorni passano e il dolore resta, silenzioso e contenuto. La vita è fuori; prosegue sulle linee tracciate dagli sterrati, lungo la corrente del fiume. La serie non è nel racconto, è nel non detto, in ciò che si cela tra una fotografia e l’altra, nell’interstizio della comprensione.

Curti, Denis (a cura di). Fulvio Roiter. Fotografie 1948-2007. Marsilio, 2018.

Essere Fulvio Roiter.

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Nessuno forma nell’isolamento il proprio modo di stare al mondo; è la lezione di Wölfflin. Vale anche in fotografia, vale anche per Fulvio Roiter. Il fotografo di Meolo ha condiviso l’humus che ha nutrito il suo lavoro con tantissimi altri autori. Molti hanno in seguito sviluppato espressioni differenti e ad essi peculiari. Roiter ha avuto diversi compagni di viaggio, ma è rimasto indipendente, attaccato alla propria ricerca e alla propria autorialità.