Curti, Denis (a cura di). Fulvio Roiter. Fotografie 1948-2007. Marsilio, 2018.
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Essere Fulvio Roiter.

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C’è una fotografia degli anni Cinquanta in Italia che non è crocianamente formalista e non è cinematograficamente neorealista. Non vuole fare inchiesta e ha qualcosa che assomiglia a l’image à la sauvette di Cartier-Bresson. C’era in Italia negli anni Cinquanta una fotografia così, e Fulvio Roiter non era il solo a praticarla. Da questa fotografia, Luigi Ghirri e Franco Vaccari1 presero apertamente le distanze.

Certo Ghirri ha sbagliato tutto, ha sbagliato ad interessarsi a quello che potrebbe definirsi il banale quotidiano, ha sbagliato a ricercare un’ottica adatta ai nuovi spazi invasi dall’urbanizzazione e molto ha sbagliato a non andare a Scanno. […] Ma è alla sua prima mostra dopo due anni di ricerca. Si ravvederà?

Franco Vaccari, 1972.

La nazione dei circoli e dei concorsi

Prosperava in Italia negli anni Cinquanta una nazione all’interno della nazione. I suoi cittadini frequentavano i circoli e partecipavano ai concorsi fotografici. Erano dilettanti, foto-amatori, alcuni già destinati a saltare il recinto e ad avviare la metamorfosi.

Questi autori avevano creato una fotografia che non guardava all’editoria giornalistica; sarebbe stata anzi quest’ultima a recepire questo modo concentrato di fare fotografia, attirandolo a sé.

La Gondola di Venezia, il primo circolo fotografico al quale Fulvio Roiter aderì giovanissimo, nasceva dall’iniziativa di un gruppo di dilettanti che frequentavano il negozio dei fratelli armeni Pambakian dove si potevano sfogliare libri e riviste per aggiornarsi su quanto accadeva all’estero. Avevano fame di cultura più che di informazione: letteratura, cinema, arte. Si collegavano alle punte più avanzate della grafica editoriale degli anni Trenta che aveva iniziato a dialogare con il mondo della fotografia in anni difficili per la libera circolazione delle idee.

Le tendenze formaliste che derivavano da queste ascendenze incontravano, negli anni cinquanta, il neorealismo, quello fotografico e soprattutto cinematografico. Ma era una fascinazione che investiva i soggetti fino a renderli pretesto e che non influiva sulle modalità della rappresentazione. Gli autori come Roiter non ragionavano come reporter; l’indagine restava ai margini di un procedere che aveva imparato come giungere a esiti formali e progettuali predeterminati. Tutte le peculiarità autoriali si concentravano sulla singola immagine, l’elemento informativo passava in secondo piano e le specificità, sociali e culturali, si dissolvevano nelle trame incerte degli acciottolati dei borghi antichi.

Con quel cognome lì si diventa famosi

Sono le parole con le quali Gino Bolognini, segretario del circolo La Gondola, alludendo all’agenzia Reuters, accolse Roiter nel suo primo giorno da socio.2

Prima l’Italia, poi l’estero. L’incontro con Lou Embo, la fotografa belga che sarebbe diventata sua moglie, e il rapporto con il principale editore dei suoi libri, e poi la Gondola, Paolo Monti e gli altri circoli fotografici ai quali aderì negli anni. Sembra poco ma è tantissimo. E se ascoltiamo i resoconti di coloro che lo hanno conosciuto, sembra che la vita di Roiter potesse crescere e vibrare ulteriormente attraverso le sue parole e i suoi racconti.

Una delle figure principali all’interno di questa vita che non sappiamo, noi estranei, se immaginare veloce e avventurosa, in base al numero dei luoghi visitati, o lenta e posata in base alla metodologia operativa, è quella dell’editore della Guilde du Livre. Un rapporto quello tra Albert Mermoud e Roiter basato sulla professionalità di entrambi, sulla stima reciproca, incrinatosi soltanto in occasione della pubblicazione del libro sul Brasile (1959). E viene da pensare che anche con questo allontanamento Mermoud abbia svolto un ruolo motore nella vita di Roiter, che fu costretto a cambiare editore, a confrontarsi con altre realtà, a crescere.

Paolo Monti fu ancora più determinante nella carriera di Roiter. C’è da credere che se non avesse incontrato Mermoud, Roiter avrebbe pubblicato altrove i suoi libri e senza sostanziali differenze. Ma i libri pubblicati da Mermoud non sarebbero stati gli stessi se Roiter non avesse incontrato Monti. La loro amicizia e la frequentazione de La Gondola veneziana guidarono gli occhi e le mani di Roiter nelle prime esperienze; i libri della biblioteca di Paolo formarono precocemente la sua mentalità e la sua cultura. Senza Monti, il viaggio in Sicilia (1953) non sarebbe avvenuto.

Da quel primo viaggio non nacque un libro, ma un portfolio pubblicato nel 1954 sulla rivista svizzera “Camera”, una delle più importanti riviste fotografiche del tempo.

Fulvio Roiter e i libri

Scoprì presto la propria vocazione Roiter. Era il proprio lavoro che consegnava agli occhi del mondo e si affaccendava affinché non vi fossero inutili intermediazioni. Solo l’editoria libraria gli consentiva un simile controllo. I libri di Roiter uscivano in libreria come oggetti che avevano passato il vaglio di una cura maniacale. Roiter si occupava degli aspetti progettuali, tecnici, grafici, dell’impaginazione e della stampa.

La Guilde du Livre, fondata nel 1936 era, negli anni Cinquanta, una delle case editrici più stimate in Europa nel campo dell’editoria fotografica. Roiter fu il primo fotografo italiano ad essere pubblicato dall’editore di Losanna. L’avventura iniziò con quel lavoro su Venezia intitolato Venise à fleur d’eau al quale seguì, poco dopo, il libro sull’Umbria (1955).

Con il libro sull’Andalusia (1957) Roiter iniziò a sperimentare il colore. Era il primo dei numerosi libri sull’estero ai quali avrebbe lavorato in seguito. Parzialmente a colori furono anche i libri sulla Turchia e sul Brasile. Successivamente, smise di fotografare in bianco e nero per dedicarsi all’amato Kodachrome.

Leggeva molto prima di ogni viaggio, si informava, si creava un’idea di ciò che avrebbe incontrato e del progetto editoriale al quale avrebbe potuto lavorare. Sul luogo aveva imparato a muoversi seguendo le esigenze interiorizzate con lo studio e la lettura. Il Brasile lo mise in difficoltà: troppo grande, troppo ricco, troppo. Accettò di pubblicare le sue fotografie su “Manchete”, una rivista paragonabile alla nostra “Epoca” o all’americana “Life”. Ebbe problemi con Mermoud; il libro sul Brasile rimase nel cassetto per molti anni.

Fulvio Roiter e la fotografia

Come si potrebbe definire la fotografia di Roiter? Forse come la fotografia del dettaglio, del tutto a fuoco. Alfredo Camisa l’ha definita lirico-realista.3 Certo era la fotografia come oggetto, qualcosa cui oggi si potrebbe guardare come a un mondo perduto. La fotografia che non è riproduzione di qualcosa che si trova nella realtà, ma che si costituisce come realtà essa stessa e che ha una bellezza propria, creata dall’autore, da colui che nel mondo cerca se stesso. Era la fotografia che sintetizza e non analizza, che non vuole la sequenza narrativa perché non è utile al progetto editoriale e nemmeno a quello espositivo.

Evitiamo dunque di parlare di reportage quando ci riferiamo ai lavori di Roiter, l’unico tema che “coprivano” – per usare un termine che si usa in ambito giornalistico – era la visione unica e irripetibile dell’autore, la sua ricerca di una personale idea di bellezza, come direbbe Zannier. La stessa distanza che dobbiamo mettere tra Roiter e i “servizi fotografici” va posta tra Roiter e il neorealismo, di cui non ha mai accolto le istanze sociali.

Leggere Roiter

Roiter è un autore amato da chi ama guardare le fotografie e scriverne. Una delle fonti che ho usato per scrivere questo post è il libro di Roberto Mutti (Mondadori, 2012) che integra la scrittura biografica e critica con lunghe descrizioni formali delle fotografie di Roiter. Esegesi impeccabili di immagini che solo raramente, mi sono accorta, avrei descritto nello stesso modo.

Un’altra fonte che ho usato per il post è il catalogo della retrospettiva su Fulvio Roiter curata da Denis Curti per i Tre Oci nel 2018.4 Lo apro a caso. Sulla pagina di destra c’è una fotografia in bianco e nero di Venezia, scattata nel 1970, si intitola Barca funebre. Sullo sfondo il cimitero di San Michele. Un esempio lampante di quel tutto a fuoco di cui si diceva.

L’immagine si costruisce come una serie di piani perfettamente paralleli che digradano verso l’edificio sullo sfondo. È il cimitero, la linea delle sue mura, sormontate da quella degli alberi che staccano sul cielo grigio, a chiudere la fuga prospettica e a ribaltare l’immagine sul piano. Osserviamo la barca attraversare la laguna da un antro umido, scuro e fresco, unica porzione di immagine a ricreare il senso di un impianto prospettico. La osserviamo attraverso un’apertura rettangolare e luminosa, come un quadro nel quadro, segnato da piani orizzontali, sovrapposti e cadenzati.

Dall’antro umido che ci accoglie come un ventre materno osserviamo la barca che potrebbe muoversi, lentamente, così ci pare, per attraversare l’apertura come farebbero i personaggi di un teatrino di carta. Ed è come se noi fossimo dall’altra parte, in una specie di oltretomba etrusco, ad attenderla, col suo carico, di quiete, di caldo e di silenzio.

Non so se questa sia una fotografia lirico-realista, certo è un’immagine capace di smuovere sensazioni epidermiche nella ricomposizione formale di un fatto materiale, sensazioni che stridono con qualcosa che risale da dentro e che potrebbe essere ricondotto a quel filone socio-antropologico all’interno del quale il lavoro di Roiter venne a suo tempo inserito.

Fotografare l’Italia

Non potevano certo apprezzare la fotografia di Roiter coloro che iniziavano a lavorare tra gli anni sessanta e settanta, a partire da ambienti più vicini al mondo dell’arte che a quello della fotografia, amatoriale o professionale che fosse. Eppure, anche il disimpegno aveva avuto i suoi gradi e le sue distinzioni. Inizialmente solo con il proprio lavoro, poi sempre più apertamente manifestando il dissenso, Roiter aveva tracciato insieme ai suoi amici una linea che divergeva dal crocianesimo delle alte luci. Solo definendo criticamente queste posizioni e divergenze si può spiegare l’immediata adesione di Roiter al Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia se è vero che lo scontro tra Zannier e Monti non si diede come estemporanea bagarre.

In un testo per il catalogo della IV Mostra di fotografia Città di Spilimbergo del 1957, Monti aveva espresso così le proprie perplessità:3

Dovremo parlare di una acuta nostalgia per una civiltà remota ma tuttora viva che potremmo definire la civiltà dell’ulivo e del gregge? Un’altra evasione dunque dalla vita attuale, una fuga lontano dal fumo delle ciminiere? È troppo presto per affermarlo, ma occorre pur dire che questa corsa verso il Sud può essere del tutto giustificata solo se servirà anche a farsi la mano per narrare una Italia meno lirica e pittorica, ma appunto per questo più difficile a definirsi in immagine.

Bastano poche parole, pronunciate sul finire degli anni Cinquanta e si crea una diramazione che vede le perplessità di Monti allineate al futuro pensiero di Ghirri e Vaccari. Lo ammetto, attualmente è troppo scarsa la mia conoscenza del lavoro di Paolo Monti per poter esprimere qualcosa che non sia solo una suggestiva associazione di idee.

Penso però che schierarsi oggi dalla parte di chi all’epoca delle neo-avanguardie criticava genericamente il disimpegno dei fotografi di Scanno possa non essere così intelligente come sembra. Servirebbe piuttosto insistere nell’approfondimento, nello sforzo di una più circostanziata comprensione. Servirebbe oggi maggiore precisione, maggiore pedanteria, come quella che Roiter praticava curando le proprie stampe.

Oggi dico, che a rileggere le sue parole non si può che condividerle:

Fotografare l’Italia non è difficile. È impossibile.

Da Viaggio italiano, 1999.

E infatti Roiter, caparbiamente, fotografava se stesso.


References
  1. Leonardi, Nicoletta. Fotografia e materialità in Italia. Franco Vaccari, Mario Cresci, Guido Guidi, Luigi Ghirri. Postmedia, 2013, p. 113.[]
  2. Mutti, Roberto. Fulvio Roiter. Bruno Mondadori, 2012, p. 5. L’agenzia porta il nome del suo fondatore, Paul Julius Reuter.[]
  3. Mutti, R. op. cit., p. 52.[][]
  4. Curti, Denis (a cura di). Fulvio Roiter. Fotografie 1948-2007. Marsilio, 2018.[]
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