Icona: quando una fotografia è o diventa iconica | I taccuini di Perec
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Icona: quando la fotografia è o diventa iconica.

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Tempo di lettura stimato: 8 minuti


Tempo fa notavo come il termine icona o la locuzione fotografia iconica ricorressero con aumentata frequenza nei post e negli articoli che mi capitava di leggere su Internet. Notavo anche come venissero usati in contesti differenti e in base ad accezioni a volte contrastanti fra loro. Il termine simbolo è invece poco usato in fotografia.

Personalmente so perché e come uso questi termini. Li uso sempre nello stesso contesto assegnandovi sempre lo stesso significato. Lo spiego in questo post, al quale rimanderò le mie lettrici e i miei lettori ogni volta che mi sembrerà opportuno.

Scrivo “icona”, senza pensarci troppo, quando

Scrivo icona o termini e locuzioni derivate ogni volta che mi trovo a descrivere una fotografia che ritengo capace di sostanziale autonomia rispetto a un testo scritto, didascalie comprese, o ad altre immagini appartenenti alla stessa serie, in qualunque modo formata.

Una fotografia diventa autonoma e iconica quando riesce a identificare e a rappresentare un evento o una situazione, quando contiene in origine o acquisisce con il tempo, dati informativi autosufficienti per una porzione sufficientemente ampia di osservatori.

Posso definire iconica una fotografia che non richieda di essere collocata nel tempo per poter essere compresa. Si tratta di immagini che comunicano se stesse e il loro valore attraverso puri rapporti formali, referenziali o simbolici. Tutti dati, questi ultimi, fortemente caratterizzati a livello culturale e sociale, conoscenze apprese, che ci servono per capire e apprezzare una fotografia in assenza di informazioni esterne.

Sono icone, paradossalmente, le rayografie di Man Ray. Lo sono paradossalmente perché le rayografie sono traccia pura, quanto di più indicale possa esistere nel mondo della fotografia. Eppure le definisco icone in virtù dei valori formali che esprimono e possiedono.

Sono icone, non storiche, ma culturali e sociali, ancor prima che formali, le marine di Le Gray, i paesaggi di Ansel Adams o gli Still-Life di Luigi Ghirri, ma difficilmente mi sorprendo a scrivere icona in rapporto a fotografie di questo tipo. Solitamente scrivo fotografia.

Scrivo “icona”, connotandolo negativamente, quando

Solitamente uso questo termine riferendomi a fotografie ormai storiche e famose, le cui ipotetiche didascalie siano state in qualche modo assorbite e assimilate dall’osservatore.

Il termine assume per me in questi casi una connotazione positiva. Inserisco all’interno della categoria “icone positive” anche le fotografie dei grandi ritrattisti citati da Barthes ne La camera chiara: Avedon, Sander, Nadar.

Ma la connotazione, positiva o negativa, è un dato soggettivo. Le fotografie di Joel Peter Witkin, ad esempio, sono icone. Sono immagini che spostano il referente verso qualcosa che sta originariamente al di fuori della traccia, che tendono a porsi come icone simboliche. Quando mi capita di scrivere icona riferendomi a immagini di questo tipo solitamente, e in modo indipendente dalla mia volontà, mi si piega la bocca in una smorfia di disapprovazione e mi si aggrottano le sopracciglia.

Perché scrivo “icona”

Dopo aver chiarito cosa sia per me una fotografia iconica posso passare alla consultazione di libri, enciclopedie e vocabolari per provare a dare conto del modo in cui il mio concetto di icona si sia formato nel tempo.

Arte e semiotica

Non posso negare che il termine di riferimento primo, in un ordine cronologico, sia stato il mondo dell’arte. È per questo che non amo le fotografie “alla Witkin” perché mi sembrano totalmente assorbibili all’interno di quel mondo lì. Sono convinta che la fotografia sia ormai abbastanza grande e che possa fare uso dei codici estetici formatisi all’interno della propria tradizione, senza doversi appoggiare a universi limitrofi.

Il secondo ambito all’interno del quale si è formato il mio concetto di icona, ma il primo in ordine di importanza, è quello che sta alla base della moderna semiotica.

Indice, icona, simbolo

È stato Charles Sanders Peirce (Treccani) a definire la fotografia come segno indicale. La sua classificazione dei segni risale al 1895, ma è stata riscoperta e utilizzata dagli studiosi di fotografia solo in tempi recenti.

Ciò che distingue un indice da un’icona e da un simbolo è la connessione esistenziale, il rapporto di contiguità e causalità che l’indice intrattiene con il suo oggetto. Un segno iconico, al contrario di un indice, è autonomo rispetto all’oggetto.

Vediamo come Peirce definisce le icone e i simboli:

Un’icona è un segno che rinvia all’oggetto che denota solamente in virtù dei caratteri che possiede, indipendentemente dal fatto che l’oggetto esista realmente o no.

Un simbolo è un segno che rinvia all’oggetto che denota in virtù di una legge, di solito un’associazione di idee generali, che determina l’interpretazione del simbolo attraverso la referenza a questo oggetto. È dunque esso stesso un “tipo generale” o “una legge”.

Charles Sanders Peirce, Collected Papers, Cambridge (Mass.) Harvard University Press, 2.247, 2.249.

Jean-Marie Schaeffer: la fotografia come segno di ricezione

Nella sua classificazione dei segni, Peirce era meno categorico di quanto si tenda ad esserlo noi, era consapevole della difficoltà di individuare indici puri o altre tipologie segniche totalmente prive di qualità indicali. All’interno di una fotografia convivono iconicità, indicalità e simbolicità in quantità variabili e inversamente proporzionali. Più una fotografia è traccia non codificata, meno sarà possibile inserirla all’interno di una delle altre due categorie di segni.

Tralasciamo per il momento il segno simbolico e concentriamoci sull’indice e sull’icona. Tra gli studiosi che negli anni ’80 del secolo scorso, anni cruciali per gli studi teorici sulla fotografia, si sono allontanati dallo strutturalismo per guardare alla semiotica peirciana troviamo Jean-Marie Schaeffer,1 che si è occupato soprattutto di fotografia come segno di ricezione.

Per Schaeffer la fotografia è un segno ambiguo e dinamico le cui caratteristiche indicali e iconiche, sommandosi in proporzioni variabili, spostano il segno fotografico lungo un ipotetico cursore che abbia ai due estremi i poli indice/icona. L’indice, per Schaeffer, è fortemente ancorato alla dimensione temporale, l’icona a quella spaziale.

Disgiunto da un contesto comunicazionale il segno fotografico come segno di ricezione è solo la traccia di una congiuntura spazio-temporale. Sono i cosiddetti saperi laterali che ci consentono di considerarne la componente iconica e di associarla a un oggetto di rinvio. Le dinamiche di ricezione delle immagini, scrive Schaeffer, sono stati discontinui e socialmente regolati. All’interno di un contesto comunicazionale i due poli della relazione (indice/icona) si indeboliscono a vicenda per condurre a una ricezione del segno il più possibile stabile e standardizzata.

Distinguere tra simbolo e icona

Tralasciamo ora l’indice e rivolgiamo l’attenzione alle altre due tipologie di segno: il simbolo e l’icona. Il vocabolario Treccani distingue cinque diverse accezioni del lemma “icona. Le prime due definiscono le immagini sacre. La terza rimanda al significato semiotico del termine ossia a quello stabilito da Peirce. La quarta si riferisce all’uso del termine in informatica, alle piccole immagini che si usano nelle interfacce grafiche dei computer. La quinta definizione la riporto per intero:

Figura o personaggio emblematici di un’epoca, di un genere, di un ambiente: Marylin Monroe è l’icona della femminilità.

Sembra non esservi nulla di scorretto dal punto di vista lessicale nell’utilizzare il termine icona come sinonimo di simbolo. Ciò che è emblematico è anche simbolico. Se però il termine usato secondo questa accezione viene traslato da “figura o personaggio” a “fotografia” possono succedere cose strane.

La fotografia del fungo atomico di Hiroshima e le sue sorelle

In base alle definizioni di Peirce, icone e simboli si distinguono tra loro perché le prime si relazionano con l’oggetto per rassomiglianza, mentre i secondi funzionano per convenzione generale. I paesaggi di Ansel Adams sono icone con un basso valore simbolico. La fotografia che rappresenta il fungo atomico di Hiroshima, invece, ha acquisito nel tempo un altissimo valore simbolico.

Ho scritto “la fotografia”, in realtà avrei dovuto usare il plurale o, per essere ancora più precisa, avrei dovuto scrivere: “le fotografie che rappresentano nell’immaginario collettivo i funghi atomici provocati dalle esplosioni delle bombe sganciate dagli americani sulle città di Hiroshima e Nagasaki.”

Queste immagini – ma potrei usare come esempio tantissime altre fotografie dello stesso tipo – sono simboli. Esse ormai denotano, per l’umanità intera, la capacità distruttiva degli esseri umani. Funzionano per convenzione generale, tanto è vero che i due funghi atomici, pur essendo diversi in quanto generati da ordigni differenti, hanno finito col rappresentare nella nostra immaginazione un unico evento. Siamo incapaci – la maggior parte di noi, intendo dire – di distinguerli l’uno dall’altro.

È probabile che alla confusione tra i due bombardamenti abbiano contribuito i numerosi errori compiuti dagli americani nella diffusione di immagini e filmati relativi ai due lanci, errori reiterati per decenni attraverso i diversi mezzi di comunicazione di massa, come ci racconta il servizio dell’emittente pubblica tedesca Deutsche Welle che potete vedere qui sotto.

Bombing of Hiroshima depicted with wrong film footage for years | DW News

Guarda che nuvole

Siamo abituati a definire iconica “questa fotografia”. Uso consapevolmente il singolare perché non importa a quale fotografia mi stia riferendo (personalmente mi riferisco alla fotografia del fungo atomico di Nagasaki, a questa fotografia in particolare, ma voi potreste avere in mente altre immagini). Definendola fotografia iconica, considerandola quindi in primo luogo per la spettacolare bellezza delle sue nuvole bianche, come potremmo fare con le montagne e le vallate di una fotografia di Ansel Adams, perpetuiamo una insana abitudine alla fruizione estetica, acritica e distratta delle immagini fotografiche.

E apriamo la porta alla rimozione degli eventi più tragici del nostro passato. Davanti a qualunque immagine fotografica possiamo fermarci appagati a considerarne gli aspetti estetici e formali, non vi è nulla di sbagliato nel farlo: la forma è un codice culturale. A una fotografia potremmo non chiedere altro. Certo, a livello umano potremmo apparire un po’ aridi. Al contrario, la consapevolezza del valore simbolico che alcune immagini hanno assunto nel tempo potrebbe indurci a esercitare maggiore curiosità e interesse, a chiederci che cosa esattamente stiamo osservando. Avendo del tempo a disposizione potrebbe accaderci di imparare qualcosa.


Questo post, come già espresso in apertura, è stato scritto per spiegare alle mie lettrici e ai miei lettori il modo in cui utilizzo il termine icona all’interno degli altri miei post. Non intende in alcun modo dare conto del complesso dibattito che è stato svolto in passato intorno al concetto di fotografico (potete leggere qualcosa a tal proposito in quest’altro post del blog) e del suo percorso di storicizzazione.

Soffermarmi a ragionare sulle parole che uso, soprattutto quando sono caratterizzate da una vasta eco semantica, mi sembra necessario al di là di ogni pretesa di esaustività scientifica di tipo settoriale.


References
  1. Schaeffer, Jean-Marie. L’immagine precaria: sul dispositivo fotografico. CLUEB, 2006.[]
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