Letizia Battaglia, Tano D'Amico, Uliano Lucas | I taccuini di Perec
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Castelnuovo Magra: “La strada, la lotta, l’amore”, con Letizia Battaglia, Tano D’Amico e Uliano Lucas.

La mostra “La strada, la lotta, l’amore” riunisce a Castelnuovo Magra tre grandi fotoreporter italiani. Letizia Battaglia, Tano D’Amico e Uliano Lucas sono accomunati da un profondo rapporto professionale e personale con la strada. Ma non è la strada dell’odierna street photography. È la strada intesa come terreno di lotta, passione, scambio, come luogo “dove avvengono le cose”, “ambiente per eccellenza” e “proscenio, irripetibile e inesauribile”.

L’idea dalla quale nasce questa mostra sembra essere molto semplice. Credo abbia origine dal desiderio di risvegliare nel pubblico il senso della collettività, dell’impegno e della partecipazione “in un’epoca di corrispondenze telematiche, di conoscenze soltanto virtuali, di egotismi e di onanismi, solo nominalmente social”. Così si legge nell’introduzione al catalogo, scritta da chi ha curato la mostra, l’associazione Archivi della Resistenza di Fosdinovo che ha dato vita al progetto in collaborazione con il Comune di Castelnuovo Magra e con l’Assessorato alla Cultura.

Nel proporre esempi di resistenza all’imbarbarimento, la scelta dei curatori è caduta su modelli di altissimo livello, capaci di conferire a una semplice idea lo spessore dell’indagine storica e sociale. Si tratta di tre fotografi che hanno vissuto una stagione di grandi trasformazioni, quella che va dalla contestazione studentesca degli anni Sessanta ai giorni nostri. Fotografi che hanno partecipato al desiderio di cambiamento offrendone ciascuno una rappresentazione personale. Sempre attento al dato formale Tano D’Amico. Maggiormente teso al racconto e alla comprensione dei meccanismi strutturali del reportage Uliano Lucas. Autrice a tutto tondo Letizia Battaglia, con una poetica costruita nel tempo attraverso l’esercizio della fotografia di cronaca e dell’impegno umano, civile e politico.

Battaglia, D'Amico, Lucas. La starda, la lotta, l'amore, ETS, 2019 | I taccuini di Perec

Il catalogo raccoglie le trascrizioni delle video interviste agli autori che è anche possibile ascoltare, durante la visita, in versione ridotta. Edito da ETS Edizioni, questo libro con le dichiarazioni dei tre protagonisti si rivela, come accade sempre più raramente, non mero gadget o costoso promemoria, ma parte inscindibile e allo stesso tempo autonoma del progetto. Gli intervistati ci guidano nella comprensione del tema attorno al quale si svolge la mostra attraverso una attenta verbalizzazione delle proprie esperienze e del proprio lavoro.

La Torre dei Vescovi di Luni, che sovrasta il centro storico di Castelnuovo Magra e che accoglie l’esposizione, è alta 33 metri. Lo spazio espositivo si snoda su sei piani. Va da sé che ai tre fotografi siano stati assegnati due piani ciascuno. Qualche altra indicazione pratica: 20 fotografie a fotografo, 10 fotografie per piano, una scaletta in legno che collega un piano all’altro. La scaletta è ripidissima, tenetene conto se pensate a una gita turistica con la nonna o con l’amico infortunato.

Tano D’Amico

Il primo fotografo che si incontra salendo è Tano D’Amico. Ciascuna delle sue stampe, esposte al primo e al secondo piano, reca sul bordo la propria didascalia, ossia l’annotazione del luogo, dell’anno e del soggetto dello scatto. C’è anche la firma dell’autore. Le didascalie sono scritte in corsivo, la firma, se così la si può chiamare, è in stampatello.

Ogni volta che ricorre un nome di persona, che sia il proprio, quello del soggetto o di qualcuno che con il soggetto si trovi in relazione, Tano scrive in stampatello. Unica eccezione in mostra: Torino 1980. Comunione ai cancelli di Mirafiori. L’autore aveva scritto “comunione” in corsivo, poi vi ha tracciato una linea sopra e ha riscritto nome comune (comunione) e nome proprio (Mirafiori) in stampatello.

Si accordano perfettamente questi segni tracciati, nero su bianco, con le tracce lasciate dai soggetti sulla carta emulsionata.

Le immagini selezionate dai curatori della mostra sono prevalentemente immagini corali. Fotografie capaci di racchiudere e sintetizzare in un’unica espressione formale le tre parole che formano il titolo della mostra. Sono questi gruppi, più o meno numerosi, più o meno in movimento, ad attirare maggiormente la mia attenzione e a fermarsi nella mia memoria.

Restano nel mio ricordo come una didascalia scritta in corsivo, velocemente, sul bordo bianco di una stampa perché è così che l’autore le ha fermate. Sembrano una parola scritta senza staccare la penna dal foglio i partecipanti al girotondo gioioso di Montalto di Castro: si tengono per mano, le braccia a formare legature grafiche ed emotive.

Ma poiché questi gruppi nelle fotografie di Tano D’Amico non sono formati da “centomila puntini neri” ecco l’emergere del singolo, presente o assente. L’emergere di un nome in stampatello sul bordo della stampa, o l’emergere di un volto, di un corpo, di un gesto dall’insieme.

Il quarto stato di Pellizza è qui ed è naturale che ci sia, nessuno si è messo o è stato messo in posa.

“È come se qualcuno avesse tracciato una riga per terra e loro come attori si compongono in modo da esporsi tutti, da non coprirsi, come degli esperti attori su un palcoscenico, nessuno impalla l’altro e nessuno fa in modo di impedire che altro venga visto e si possa mostrare”.

Letizia Battaglia

Al terzo e al quarto piano della Torre c’è Letizia Battaglia. Il tema della mostra si scinde in questo caso tra le fotografie di cronaca e quelle legate a una Palermo più personale. Di questo scontro tra vita e morte, Letizia ha parlato a lungo nell’intervista riportata in catalogo e le sue parole non richiedono supplementi.

Le fotografie dei morti ammazzati, quelle che Letizia ha scattato perché, afferma, era suo dovere farlo, sono tutte riunite al terzo piano della Torre, come in un inferno dantesco. Al quarto piano, la sua Palermo sembra un arazzo intessuto di sguardi. C’è lo sguardo corrucciato e indimenticabile della bambina col pallone. Ci sono gli sguardi un po’ stupidi dei giovani palermitani “alla moda”, quelli intensi e innocenti dei bambini che giocano “al killer”. E c’è lo sguardo stralunato e convulso di Leoluca Bagarella nel momento del suo arresto.

C’è Giovanni Falcone ai funerali del Generale Dalla Chiesa che attraversa la piazza passando davanti alle file di uomini in divisa. Si abbottona la giacca e fissa qualcosa: forse qualcuno verso cui si sta dirigendo o forse niente, forse un punto di domanda, una frase alla quale si sforza di dare risposta. Ma lo sguardo che più degli altri inquieta e spinge a interrogarsi è quello di Piersanti Mattarella. Al congresso dei democristiani a Palermo lo scorgiamo, tra Salvo Lima e Rosario Nicoletti, con un’espressione diversa rispetto a quella che vediamo nelle immagini ufficiali. Un’espressione stanca, disarmata, persa.

“Voi non potete capire”, dice Letizia Battaglia al pubblico di liguri che si è riunito a Castelnuovo Magra in questa giornata di settembre e che la ascolta in silenzio. “Non potete capire cosa sono stati quei diciannove anni”. No, noi non possiamo capire. ma abbiamo capito che c’è un ultimo peso a gravare sulle spalle di questa grande professionista dell’immagine. Oggi Letizia Battaglia è preoccupata per il futuro del suo archivio, delle sue fotografie, e noi le auguriamo di trovare presto a chi affidarli.

“Io amo la fotografia, amo i fotografi, le composizioni, il collegamento con l’arte del Cinquecento, mi piace andare nei musei”.

Uliano Lucas

Uliano Lucas è il terzo fotografo ospitato nella Torre dei Vescovi di Luni. Oltrepassato il quinto e il sesto piano, gli ultimi gradini della scala conducono alla terrazza, sulla quale si può uscire per osservare Castelnuovo dall’alto.

Come, vi sento pensare, già finito? No, è che Lucas è più difficile, almeno per me. Non è che Uliano Lucas non abbia in archivio le sue brave iconiche immagini, capaci di sintetizzare un mondo, un momento o un passaggio. Si pensi all’operaio sardo con la valigia e lo scatolone sulla spalla, immortalato davanti al palazzo della Pirelli; oppure all’assalto della polizia all’Università Statale di Milano occupata; infine, forse la più nota in assoluto, alla fotografia con i tre giovani che rincorrono il corteo degli operai, bandiera in spalla, in Piazzale Accursio a Milano.

Ma in questa selezione di venti immagini le dense e iconiche fotografie di Lucas si mescolano con le altre. Improvvisamente smettono di essere simboli generazionali, autonome rappresentazioni di un’epoca e si confondono con quelle meno note estrapolate da non si sa quale insieme. Si sente la mancanza della serie, del racconto, manca Uliano Lucas. Sembra quasi che lo abbia fatto apposta, che abbia accettato una selezione così astratta per evidenziarne l’incongruenza con un procedere e un lavorare che ne rappresenta l’estremo opposto.

Forse è solo un senso di inadeguatezza quello che mi porta a immaginare una specie di patto sottinteso tra l’autore e il visitatore. È una sensazione che mi spinge a cercare conferme altrove. E le conferme arrivano, indipendentemente dai fantasiosi sottintesi patti. Nel sito di Uliano Lucas ritrovo la continuità e capisco che non si tratta soltanto di trovare una risposta alle domande giornalistiche chi-cosa-dove-quando-perché. La selezione, soprattutto una selezione così ferrea, dovuta ai limiti imposti dallo spazio espositivo, priva l’immagine fotografica di quella complessità che proprio l’amore e la partecipazione dell’autore hanno saputo registrare e raccogliere intorno a essa.

“Allora deve finire il mito del reporter, deve finire il mito del giornale, deve finire il mito della mostra, deve finire il mito dell’artista-fotografo, del fotografo-artista, deve finire tutto questo.”

Se avete un fine settimana libero, il prossimo o quello successivo (altrimenti telefonate e chiedete perché sembra che la mostra sia visitabile fino al 3 novembre), Castelnuovo Magra e la mostra “La strada, la lotta, l’amore” sono la meta giusta. Poi tornate qui e ditemi cosa ne pensate.


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