Ferdinando Magri e il Porto di Genova | I taccuini di Perec
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Ferdinando Magri e il reportage sul porto di Genova.

“Ecco una buona occasione per esercitarsi sulla fotografia infra-ordinaria”, dissi fra me e me.

Una selezione dal reportage sul porto di Genova commissionato, tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, dalla Camera di Commercio a Ferdinando Magri, fotografo genovese dilettante. Un piccolo evento che si inseriva nell’ambito delle iniziative promosse per il Festival del Mare, giunto alla seconda edizione.

Il museo

La mostra, curata dall’AdAC, Archivio d’Arte Contemporanea dell’Università di Genova, era ospitata negli spazi del Galata Museo del Mare, nell’area portuale del capoluogo ligure.

Il Galata è un edificio in vetro e acciaio progettato dall’architetto spagnolo Guillermo Vasquez Consuegra sulle spoglie dell’antico Arsenale della Repubblica di Genova dove un tempo si costruivano e armavano galee. Il Museo è stato inaugurato nel 2004 in occasione di Genova Capitale Europea della Cultura. Oggi è il più grande museo marittimo del Mediterraneo, con una mission precisa: vi si raccontano, attraverso materiali espositivi di diversa natura, sei secoli di storia collegata al porto, al mare e al commercio. C’è anche una bella sezione che racconta dei viaggi verso Ellis Island, sulla quale forse un giorno deciderò di scrivere.

Ferdinando Magri? Due quadretti appesi

Vagai tra le sale del museo per mezz’ora prima di incontrare un essere umano a cui chiedere informazioni. Quelle del ragazzo in biglietteria non si rivelarono sufficienti. Statue di cera con berretto da marinaio ovunque, ma addetti alla vigilanza nessuno. Scovai infine una signora gentile e disponibile che mi accompagnò al cospetto delle stampe di Ferdinando Magri dicendo: “Ma son due quadretti appesi”.

Aveva ragione. Non mi aspettavo un allestimento particolarmente accurato, ma la realtà si rivelò inferiore alle mie già misere aspettative. Zero pannelli e didascalie. Il supporto informativo alla mostra si limitava a uno schema del porto con una parziale identificazione dei luoghi fotografati da Magri. Le immagini per le quali il pannello forniva indicazioni erano 11 su 61. Per il resto occorreva affidarsi alla memoria, alle conoscenze o alla fantasia. L’operazione, in se stessa interessante, aveva l’aria di un lavoro iniziato e non finito.

Le stampine, a occhio dei 10×15, meritavano la visita; meno apprezzabili le stampe più grandi, troppo sparate. Le stampine inoltre, così piccole e posizionate in controluce, risultavano di difficile lettura. Al piano terra del museo, la parete che confina con l’area parcheggio esterna è in vetro. Sul lato interno di questa stessa parete un reticolo di tondini di ferro appoggiati al vetro fungeva da supporto per le stampe di Magri semplicemente incorniciate.

Al disagio dell’apparato visivo si univa quello dell’apparato uditivo. Avrei voluto avere con me i miei tappi per le orecchie. “I suoni di un tempo” – rumori metallici, sbatacchiamenti e urla laceranti – che accoglievano e intrattenevano i visitatori della galea del ‘600 ricostruita nella sala alle mie spalle, facevano a pugni con la concentrazione del mio sguardo, sollecitato dalla sfortunata situazione espositiva alla ricerca del dettaglio.

Genova, Galata Museo del Mare, mostra fotografica su Ferdinando Magri e il porto di Genova.

Al piano terra del museo, la parete che confina con l’area parcheggio esterna è in vetro. Sul lato interno di questa stessa parete, un reticolo di tondini di ferro appoggiati al vetro fungeva da supporto per le stampe semplicemente incorniciate.

Il catalogo edito da De Ferrari

Il porto di Genova tra il 1960 e 1970. Nelle fotografie di Ferdinando Magri. De Ferrari, 2019.

“Chissà”, pensai sulla via del ritorno, “forse all’inaugurazione hanno risposto a quelle domande che la mostra si limita a sollecitare”.

Seguì, inevitabile, l’acquisto del libro collegato all’esposizione. Il catalogo della mostra – così lo si definisce nel colophon – è in realtà un volume autonomo: 93 riproduzioni, ciascuna dotata di adeguata didascalia e due brevi testi introduttivi.

Ferdinando Magri, fotografo dilettante

L’aletta posteriore del volume pubblicato da De Ferrari offre alcune indicazioni biografiche sull’autore le quali, una volta integrate con altre brevi notizie contenute nel testo di Andrea Daffra, uno dei tre curatori, forniscono risposte alla principale tra le domande cui sopra accennavo: quale era la natura dei rapporti tra la Camera di Commercio di Genova e Ferdinando Magri?

Magri aveva iniziato a fotografare da bambino insieme a suo padre. Era cresciuto con la passione per la fotografia e aveva continuato a coltivarla negli anni, come autodidatta, giungendo a formarsi esteticamente in età adulta con la frequentazione dei circoli fotografici genovesi. Partecipando regolarmente ai concorsi fotografici promossi dalla Camera di Commercio di Genova, volti a promuovere la documentazione delle attività commerciali locali, Magri si fece notare dall’ente che decise di commissionargli le fotografie che avrebbero dovuto corredare un articolo di Carlo Beltrame. Il servizio comparve nel 1976 sul numero 2 della rivista trimestrale Le compere di San Giorgio.

In realtà, Ferdinando Magri deve aver attraversato il porto di Genova, con autorizzazioni rilasciate appositamente dall’Autorità Portuale, per molti anni. Almeno così lasciano intendere il titolo della mostra e quello del catalogo. Una quantità di negativi piccolo formato e qualche rullino 120mm hanno formato nel corso del tempo quello che Andrea Daffra ha definito un “romanzo drammatico”.

Da tale romanzo Magri estrapolò sette fotografie che servirono a illustrare l’articolo di Beltrame nel 1976. I curatori della mostra e del catalogo ne hanno selezionate 61 per la prima e 93 per il secondo. Questo è quanto abbiamo modo di osservare, quanto emerge oggi dall’archivio di Ferdinando Magri.

Il porto di Genova tra il 1960 e il 1970

È un mondo di chiatte e baracche, di uomini in canottiera e calzini corti. Li incontri soli o a piccoli gruppi i lavoratori del porto di Genova, si scambiano parole, gesti, sguardi. Si muovono entro uno spazio fatto di ampie superfici in asfalto e metallo, cieli solcati da ponti, gru, elevatori, bighi e tralicci.

Li incontri insieme ai loro strumenti, ai mezzi di trasporto, alle macchine, ed è tutto un lavoro di muscoli e cervello perché, come scrive Matteo Valentini nel suo opportuno testo introduttivo, la diseguale proporzione tra uomo e macchina si colma come in una gara di staffetta, come in un unico e grande corpo che si muove, armonioso e teso. Sembra di potere ascoltare le urla, vediamo e immaginiamo i gesti, che coprono distanze, che colmano mancanze. Ciò che Magri ha saputo consegnarci è il lavoro nel porto di Genova, le modalità con le quali si svolgeva, tra gli anni Sessanta e Settanta, fino alla trasformazione che, come sembra di capire, vide il suo momento paradigmatico nel passaggio tra l’impiego delle chiatte e l’uso dei containers.

A questa umanità al lavoro, sempre attenta e presente, mi appare rivolto lo sguardo di Magri. Non a caso ai momenti di lavoro si alternano quelli del riposo. Immagino questa figura di fotografo solcare le ampie banchine, col suo piccolo o medio formato tenuto all’altezza del petto, fermarsi a osservare, attendere il momento, partecipare a suo modo alle complesse operazioni di carico e scarico merci. Talvolta i lavoratori si accorgono della sua presenza e gli lanciano uno sguardo tutt’altro che intimidito.

La purezza della fotografia documentaria

Questo centinaio di scatti, all’interno dei quali il bianco e nero e il colore si alternano senza integrarsi – sono due mondi diversi e lo sa bene chi ha deciso di scegliere ed eleggere il proprio -, sono, con ogni probabilità, la punta dell’iceberg di un immenso lavoro di documentazione.

Non è l’inquadratura a guidare il racconto. Sono poche le immagini in cui è dato osservare una cura particolare nella composizione e spesso si intuisce come questa subentri soltanto in seconda battuta, come nasca dal lavoro in camera oscura, provini e lente alla mano. Sono pochi gli scatti ravvicinati, quelli in cui è l’uomo a essere indagato piuttosto che il suo rapporto con lo spazio circostante.

Più frequenti sono invece le fotografie che scavano nella macchina fino a trovarne l’essenza, il cuore: gli elevatori Ansaldo nell’area di Ponte Rubattino, la benna a polipo, i mancinoni. Ciò che sembra interessare Magri non è il singolo, macchina o uomo che sia, è il porto come corpo pulsante.

Gli anni Sessanta e la fine del fotoamatorismo in Italia

Gli anni del neorealismo sono lontani, forse Ferdinando Magri non ha nemmeno fatto in tempo a comprenderne le istanze. Ancora undicenne, quando la nuova estetica iniziava a raccogliere adepti tra le nuove generazioni di fotografi lo si trovava in spiaggia a Chiavari, con una Bencini tra le mani, a fotografare le onde del mare. Sono gli anni Sessanta quelli che invece si leggono nella sua serie fotografica sul porto di Genova, ossia gli anni della maturazione ideologica e sociologica del reportage.

Malgrado la concorrenza della televisione, la fotografia documentaria in Italia attraversava un grande momento. Possiamo fare il nome di Uliano Lucas per citare uno dei fotografi più impegnati sul versante del linguaggio fotogiornalistico. Allo stesso tempo, si era da poco superata, con il I° Convegno Nazionale di Fotografia del 1959, la tradizionale dicotomia tra professionisti e dilettanti con l’abbandono da parte di questi ultimi di ogni residuo di bozzettismo fotoamatoriale.

Ferdinando Magri si inserisce senza incertezze su questo versante, vivo e attivo, del panorama nazionale, recependone le istanze di rinnovamento, l’impegno a mantenere alto il valore dell’immagine fotografica, con la consapevolezza del ruolo insostituibile che questo mezzo svolge nell’ambito della comunicazione. Nello scorrere la sequenza di fotografie selezionate dai curatori del volume è molto difficile percepire la presenza di un filtro ideologico, non sembra presentarsi nessuna lettura predeterminata, men che meno è possibile ravvisare un approccio estetizzante al soggetto.

Solo un impegno di attenta documentazione. Un approccio alla fotografia come indagine e restituzione del reale che ha indotto la Camera di Commercio a scegliere Magri tra altri.


No, due quadretti appesi contro la parete in vetro del Galata non favoriscono la consapevolezza dell’importanza della fotografia come strumento per la comprensione del mondo, ma sono un buon volano per la promozione di un libro.

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