Lartigue, l'album di una vita, 1894 - 1986, Johan & Levi, 2012, p. 367.
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Jacques Henri Lartigue. Dalla mostra al MoMA alla donazione allo Stato francese.

Crediti per l’immagine in evidenza: Moore, Kevin, Clément Chéroux, Martine d’Astier de La Vigerie, et al. (a cura di). Lartigue: l’album di una vita, 1894-1986. Monza: Johan & Levi, 2012. Pag. 367.

Se ne sta seduto in giardino a dipingere. Oppure fotografa le sua ombra, come per accertarsi di essere ancora sulla terra. Nel frattempo, progetta l’ultima pagina del suo ultimo album. Siamo nel 1986 e lui è Jacques Henri Lartigue (Courbevoie, 13 giugno 1894 – Nizza, 12 settembre 1986).

La donazione di Jacques allo Stato francese

Tutto ciò che ha fotografato, che ha scritto, che ha collezionato è ormai in mano allo Stato francese. Nel 1979, insieme a Florette Orméa, ha firmato l’atto di donazione stabilendone le condizioni: la creazione di una fondazione, sostenuta e controllata dallo Stato per la gestione della collezione, e uno spazio espositivo permanente. Inizialmente lo spazio espositivo è stato ricavato tra le mura del Grand Palais des Champs-Élysées. Nel 2004 sarà trasferito presso l’Orangerie dell’hotel de Sully nel quartiere del Marais.

Non ci si stupisca, Jacques non avrebbe mai lasciato che la sua favola prendesse definitivamente la via dell’America. Ma sono state ragioni di pertinenza culturale a spingerlo a vincolare il proprio lavoro al suolo francese, non il desiderio di proteggerlo da sguardi parziali. Tanto meno questioni di orgoglio nazionale. È stato lui il primo a inventarsi i suoi album e il racconto della sua vita, a dare loro una forma che ha i contorni della fantasia. Perché avrebbe dovuto prendersela con il buon Szarkowski che, con la stessa caparbietà, tentava di riscrivere la storia?

Un nuovo corso per Jacques e Florette

La gioventù e l’agiatezza economica erano svaniti al termine della seconda guerra mondiale. Non si può dire lo stesso dei sogni o del rapporto particolare che Jacques intrattiene con la realtà. Dalle corse automobilistiche al passeggio al Bois de Boulogne fino alle fotografie a colori di questi ultimi anni, Jacques non ha perso nulla di quella visione limpida e solare che lo ha sempre caratterizzato e che ha saputo mantenere, malgrado la salute cagionevole e due conflitti mondiali. È stato suo padre a insegnargli che il primo dovere verso se stessi è la ricerca della felicità e a questo insegnamento Jacques si è sempre attenuto.

Un giorno, Jacques e Florette devono essersi detti che gli album, le collezioni e le fotografie avrebbero meritato qualche attenzione in più. Negli anni ‘50 alcune fotografie di Jacques erano già state pubblicate su Point de vue e su altri periodici europei ed erano state apprezzate, come scene di vita quotidiana e come documenti d’archivio.

Jacques e Florette sapevano che quanto andavano a proporre, per la prima volta a sguardi estranei, aveva a che fare con il racconto, con la narrazione autobiografica e non con l’arte. Come ambasciatore per l’America scelsero il fondatore di una agenzia fotografica. Si trattava di Charles Rado, ungherese trapiantato in America, ma con contatti ovunque, grazie alla diffusione capillare degli uffici della storica agenzia Rapho.

Questi personaggi nati alla fine dell’Ottocento, che per un motivo o per l’altro si sono trovati a maneggiare fotografie e macchine fotografiche, hanno tutti una stessa storia. Tutti apolidi, se non altro nell’animo, tutti collezionisti, delle immagini proprie e di quelle altrui. Ecco perché Rado era la persona giusta. Ma si sono imbattuti in Szarkowski lui e Jacques, e Szarkowski aveva una storia diversa.

John Szarkowski e la mostra al MoMA del 1963

Grazie a Charles Rado le fotografie di Jacques giungevano in America e grazie a John Szarkowski iniziavano a vivere una nuova vita.

Da pochissimo al MoMA, John Szarkowski stava cercando di riscrivere un pezzo di storia della fotografia inserendosi tra i pittorialisti e Edward Steichen, il suo predecessore alla direzione del dipartimento di fotografia del MoMA. Aveva studiato storia dell’arte e in quel periodo le teorie dominanti erano quelle moderniste di Clement Greenberg.

Jacques non è stato la sua unica vittima. John Szarkowski ha sottoposto a operazioni decontestualizzanti anche Timothy O’Sullivan e Eugène Atget. Ma non dobbiamo arrabbiarci troppo con lui. Su Atget erano già intervenuti i surrealisti nel 1925. A partire da questa data l’archivio di Atget, composto da circa 10.000 immagini, ha dato luogo a periodici sguardi parziali, ognuno risultato di una selezione destinata a dimostrare un punto di vista particolare, formale, estetico, contenutistico. Insomma, niente di nuovo sotto il sole.

Le fotografie con le quali Jacques è riuscito ad affascinare Szarkowski sono quelle scattate intorno al 1910. Nelle sue mani le fotografie di Jacques sono diventate pura immagine, si sono decontestualizzate anche nel modo della loro presentazione, hanno perso ogni connessione storica e sociale.

Szarkowski ha presentato Jacques come un occhio innocente, una specie di primitivo cresciuto in assenza di stimoli e modelli culturali, capace di ottenere immagini dotate di grande valore formale lavorando unicamente sulle proprietà del mezzo.

È lo stesso prelievo dal flusso della vita che mettono in atto gli americani, diceva. Ma il formalismo di Szarkowski non è riuscito a coprire l’assenza di connessioni storiche tra le immagini di Jacques e quanto andava facendo Garry Winogrand in America. Il tentativo di costituire la pratica fotografica come un universo formale chiuso era il suo tallone d’Achille.

La poetica di Jacques Henri Lartigue

Molte cose non capiva John Szarkowski. La prima era che l’occhio di Jacques, presunto innocente, era in realtà oltremodo educato, proprio da quella fotografia mediata dalle riviste che il neo-direttore cercava di espellere dal suo museo.

Tenutosi sempre lontano dalle associazioni e dai circoli fotoamatoriali, Jacques non ha mai dimostrato interesse per la letteratura specializzata. La sua cultura fotografica si era formata, ancora bambino, sulle riviste e sugli ebdomadari, illustrati da ex fotoamatori passati al professionismo. Il suo gusto per la velocità e per l’istantanea non derivava esclusivamente dalla pratica fotografica, faceva parte dell’iconografia francese del primo decennio del novecento.

Jacques si distingueva dai fotoamatori suoi contemporanei per la poetica quasi proustiana che lo aveva accompagnato, e in modo sempre più consapevole, lungo tutta la sua infaticabile carriera di fotografo dilettante. Paradossalmente, Jacques iniziò a leggere Proust solo negli anni settanta, su consiglio di Richard Avedon.

Questa poetica, che anche John Szarkowski evidenziava piegandola ai propri fini, si può riassumere in quel gioco che lo stesso Jacques aveva definito, ancora bambino, la “trappola dell’occhio”: la volontà di trattenere in qualche modo lo scorrere del tempo. In qualsiasi modo, attraverso l’occhio e la memoria prima della fotografia e in seguito, quando ricevette in regalo da suo padre – così somigliante al buon Dio – il primo ingombrante apparecchio, grazie ai supporti fotografici.

L’ingresso ufficiale nella storia della fotografia

La vera celebrazione di Lartigue, il suo ingresso nella storia ufficiale della fotografia, è avvenuta a seguito della pubblicazione di due libri, Boyhood Photographs of J. H. Lartigue, riproduzione anastatica di un album pubblicata da Ami-Guichard nel 1966, e Diary of a Century: Jacques Henri Lartigue, curato da Richard Avedon nel 1970.

A seguito di queste pubblicazioni Jacques è diventato un autore da studiare. I giovani, quelli che si formavano negli anni ’70, sono stati i primi a raccoglierne l’eredità: Duane Michals, per fare un nome su tutti. Naturalmente tutto questo era potuto accadere perché in America negli anni sessanta il terreno era pronto. Le istituzioni, i musei e le gallerie private, a differenza di quanto accadeva in Europa, aprivano alla fotografia come forma d’arte legittima.

Solo all’inizio degli anni settanta la Francia ha iniziato a pensare che forse era giunto il momento di guardare a Lartigue e alla fotografia con occhi diversi, che era ora di mettersi al pari con l’America. Qualcuno, come Lemagny, si è tenuto lontano dall’omologazione; ma nel 1975 ecco la prima grande mostra di Lartigue in Francia con ingrandimenti delle sue fotografie in formato poster.

Nessuno si lancia in mezzo a una strada strappandosi i capelli per una cosa come questa. L’importante però è essere consapevoli della mistificazione, così da poter guardare le fotografie di Lartigue in formato pura immagine sapendo cosa stiamo guardando.

Il racconto di Jacques Henri Lartigue

Stiamo guardando qualcosa che è stato prelevato da un insieme che potremmo definire simile a un diario personale. Gli album di Jacques Henri sono raccolte di fotografie altrui, ritagli di giornale, fotografie proprie, scritti autobiografici, poesie, disegni. Tutti questi elementi, appartenenti a sistemi linguistici diversi, formerebbero un diario personale, la narrazione di una vita realmente vissuta se non sapessimo con certezza che Jacques modificava nel tempo i suoi album affinché la storia raccontata assomigliasse il più possibile alle proprie fantasie. Jacques ristampava le fotografie in formati diversi, modificava l’impaginazione, aggiungeva, toglieva, rielaborava.

L’aspetto impersonale, non autobiografico e narrativo, sposta l’identità degli album di Jacques dal piano del diario a quello della collezione. Si tratta di una raccolta che finisce per rappresentare il gusto di un tempo, di un popolo, di una nazione. L’estetica collettiva di un’intera società. Jacques lo sa bene. Dopo la donazione dell’intera sua collezione di album, stampe e negativi allo Stato francese, un giornalista durante un’intervista volle sottolineare come il fatto in Francia potesse essere considerato una novità. Chiese a Lartigue quale fosse la ragione della donazione e quale significato vi attribuisse. Jacques rispose:

“È una collezione unica, nel senso che non manca nulla: ci sono tutti i miei album, che racchiudono una miriade di foto d’epoca. È in questo senso forse che può rappresentare una sorta di patrimonio per la Francia”.

Gli anni della celebrazione

Negli anni ottanta Jacques Henri Lartigue continua a considerarsi un dilettante. Lo trovi in giardino a Opio, a dipingere, oppure a fotografare la sua ombra. Ma lo trovi anche in Inghilterra, a fotografare i giardini inglesi o altrove, per realizzare i reportage commissionati dalle riviste di moda o di interni. La mostra Bonjour monsieur Lartigue, organizzata dalla fondazione che gestisce il suo fondo, fa il giro del mondo e sembra destinata a diventare una delle mostre più visitate di tutti i tempi. Nel 1982 si è festeggiato l’ottantesimo anniversario della sua prima fotografia.


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