Un incontro mancato. Sul fotoreportage animalista | Benedetta Piazzesi e Stefano Belacchi | I taccuini di Perec
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“Un incontro mancato. Sul fotoreportage animalista”: un libro di Benedetta Piazzesi e Stefano Belacchi.

C’è chi chiede alla fotografia ciò che non può dare e chi tende ad assegnarle responsabilità che non può avere. A partire da pratiche di attivismo sociale, Benedetta Piazzesi e Stefano Belacchi hanno deciso di fermarsi e di interrogarla. Con un libro pubblicato da Mimesis, dal titolo Un incontro mancato. Sul fotoreportage animalista, che contiene un saggio di Piazzesi e le foto di Belacchi, i due autori si sono messi in ascolto e hanno creato uno spazio di riflessione, utile per tutti coloro che si occupano di fotografia.

Vegani, analogici e digitali

In passato, quando se ne presentava l’occasione, ho difeso la fotografia analogica dall’invasione del digitale. Non per una miope accondiscendenza nei confronti dei suoi sopravvalutati valori artigianali, ma per la meraviglia che la fotografia suscitava in me quando si faceva creativa, quando elaborava i propri mezzi, manipolandoli all’infinito a partire da materiali sempre uguali a se stessi.

C’è un libro che riflette su questo interminabile lavoro sul negativo che i fotografi, in modo più o meno cosciente, svolgono. È un libro che nessun editore italiano ha mai avuto l’intelligenza di pubblicare. Si intitola Esthétique de la photographie : la perte et le reste.1 L’autore, François Soulages, è un critico dell’arte e della fotografia che ha il coraggio di liquidare Cartier-Bresson in mezza paginetta per poi passare agli autori a suo dire davvero importanti. Si può non condividerne la posizione, ma non si può ignorarla.

Sono vegetariana da quando ero un’adolescente. Negli anni questo modo di essere ha subìto alterne vicende. Dal 2015, ho eliminato dai consumi ogni derivato animale.

Ci sono voluti alcuni anni, ma presto il mio veganismo ha finito col cambiare anche il mio rapporto con la fotografia e da quel momento tra me e la fotografia analogica si è aperto un fossato. Penso che il termine fotografia non andrebbe nemmeno applicato alle immagini digitali. Credo che la fotografia analogica e la fotografia digitale, esclusa la questione della traccia, siano media diversi e questo rende ancora più difficile e profonda la separazione.

Nel mio infra-ordinario – perché è di questo che sto parlando, non di una ideologia o di una fede avulsa dalla terra su cui poggio i piedi, dalla materia di cui si compone il mio corpo – non c’è più spazio per l’analogico, a meno che non si trovino alternative alla gelatina di derivazione animale.

Guardare avanti

L’industria fotografica ha sempre camminato a passo spedito, troppo veloce per il debole pensiero degli esseri umani. Chi si occupa di fotografia da circa due secoli arranca dietro al progresso tecnologico senza capire con cosa esattamente abbia a che fare. A cosa può servire, oggi, procedere con lo sguardo rivolto all’indietro se non ad aumentare il ritardo?

Non sto suggerendo di smettere di studiare il passato, ma di smettere di lamentarsi del presente o di viverlo in modo acritico. Sono stati questi, sino a oggi, i due atteggiamenti più frequenti. Tanto la fotografia analogica resta lì, densa e monumentale. Ha solo bisogno di un po’ di attenzioni e cure, nemmeno troppe, a dire il vero.

Il presente, anche quello delle immagini, procede verso una progressiva, sebbene lenta, eliminazione dei derivati animali dai consumi quotidiani. Credo che ai nostalgici dei procedimenti antichi resterà, quale unica possibilità, quella di tornare al collodio.

Di questo mio passaggio incondizionato al digitale avrei comunque dovuto scrivere e ho approfittato di questo articolo per farlo. In questa sede, la premessa risulta funzionale non tanto ad affermare la mia posizione sull’argomento, che non interessa a nessuno e che non ha nemmeno dirette conseguenze sul lavoro che svolgo, quanto a definire i confini di una malcelata partigianeria.

Tengo comunque a precisare che non avrei scritto di questo libro se non vi avessi trovato un nucleo di interesse che riguarda la fotografia in se stessa. Oppure, se la componente vegan fosse stata prevalente avrei scritto e pubblicato altrove.

Cosa si può chiedere al fotoreportage animalista?

È recente una mostra delle fotografie di Ando Gilardi alla Gam di Torino. Nel suo testo in catalogo Michele Smargiassi ricorda la posizione tenuta da Gilardi nei confronti della propria produzione fotografica, quella con la quale accompagnava gli articoli scritti per la rivista sindacale “Il lavoro”, tra il 1950 e il 1962.

Gilardi, scrive Smargiassi, si dichiarava pentito: “per avere umiliato la fotografia mettendola al servizio non dell’arte fine a se stessa, non della pubblicità, non dell’erotismo, ma delle utopie sociali”. Per Gilardi, il Neorealismo tradiva l’Italia proletaria in rappresentazioni esaltanti e liriche ad uso borghese, quando avrebbe dovuto documentarne l’incombente sconfitta e la scomparsa. Emerge da queste parole l’antipatia per quell’atteggiamento missionario, tollerante e curioso di cui scriveva Susan Sontag in Sulla fotografia e al quale rimanda anche Benedetta Piazzesi.

Abbiamo già documentato tutto, dice Belacchi ai suoi intervistatori. E adesso? Guardiamo al bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Si chiede Benedetta Piazzesi. Cosa si può chiedere ancora a una fotografia che ha terminato il proprio compito e a cui non resterebbe che continuare a “dare in pasto la carneficina animale al mondo dello spettacolo”?

Non è questa, da parte di Piazzesi, una riflessione relativa al dibattito, sempre in corso, sui rapporti tra il fotoreportage sociale e i suoi canali di diffusione. È piuttosto una critica interna, diretta al movimento animalista di cui Benedetta Piazzesi è parte. Un movimento che alla diffusione e all’influenza mediatica ha dovuto sacrificare gran parte della propria identità politica.

Rileggere John Berger, rileggere Roland Barthes

Per coloro che si occupano di fotoreportage, gli spunti di riflessione offerti dal breve saggio di Benedetta Piazzesi sono particolarmente interessanti. Non mi riferisco ai richiami ai saggi di Susan Sontag degli anni settanta. Semmai al nesso sotteso con un testo di John Berger che proprio al catastrofismo di Sontag cercava di rispondere.

Il testo di Berger è contenuto nella raccolta Sul guardare e si intitola Usi della fotografia.2 Berger ragiona sulla possibilità di reinserire il frammento fotografico all’interno di una continuità narrativa o, per meglio dire, storica. Questo porterebbe a un rapporto più personale tra l’immagine e chi la osserva, andando a simulare i meccanismi del riconoscimento e della memoria.

Per il fotografo che si trovi ad affrontare temi difficili dal punto di vista sociale, etico o politico, scrive Berger: “significa pensare a se stesso non tanto come a un cronista che si rivolge al resto del mondo, quanto come a un registratore che documenta gli eventi in favore di chi ne è protagonista”.

Se si guarda invece al fruitore dell’immagine fotografica, il passaggio dall’osservazione all’azione, quella auspicata dagli autori di Un incontro mancato, può avvenire solo uscendo dalla circolarità simbolica per entrare nella linearità della storia, come ebbe a scrivere Vilém Flusser. Questo significa tornare all’individuo, idealmente poter riconoscere il soggetto dell’immagine nello stesso modo in cui Roland Barthes ritrova sua madre nella fotografia del Giardino d’Inverno.3

Stefano Belacchi, il ritratto animalista e l’osservazione delle forme visibili

Piazzesi e Belacchi. Un incontro mancato. Sul fotoreportage animalista. Mimesis, 2017.
Piazzesi e Belacchi. Un incontro mancato. Sul fotoreportage animalista. Mimesis, 2017.

L’obiettivo di Stefano Belacchi raramente è puntato verso situazioni di sofferenza estrema. Quanto egli ha cercato di documentare non è l’eccezione, l’illegalità, ma quella che per la maggior parte della popolazione dei paesi industrializzati è la normalità della filiera zootecnica. All’interno di queste istituzioni sociali ed economiche la possibilità di un incontro con l’individuo è particolarmente difficile. Il ritratto diviene allora “la grande ambizione del fotoreportage animalista“.

Una grande ambizione. Il “ciò è stato” barthesiano ci ricorda infatti che l’incontro con i soggetti del fotoreportage animalista è destinato a fallire in modo esponenziale. Gli animali fotografati sono sicuramente già morti nel momento in cui li osserviamo e il fotografo non può, oggettivamente, documentare gli eventi in favore di chi ne è protagonista, come chiede Berger. I ritratti di Stefano Belacchi tuttavia ambiscono – volendo continuare a utilizzare questo verbo per sottolineare gli aspetti quasi utopistici del tentativo – a divenire un tassello di quel sistema radiale disegnato da Berger che permette di inserire l’immagine nel contesto della memoria, dell’esperienza e dell’azione sociale.

Come? Andando oltre la presentificazione dell’assenza, tentando di raggiungere la verità folle, che unisce verità a realtà. Abbiamo già incontrato qualcosa di simile quando abbiamo parlato dell’immagine definitiva di Siegfried Kracauer, citato da Sontag. Osservando gli animali da reddito fotografati da Belacchi al “ciò è stato” dovremmo poter aggiungere: “è esattamente questo”. Stiamo parlando, rileggendo Barthes, di una fotografia che ambisce a diventare “al tempo stesso constatativa ed esclamativa”, di una fotografia che aspira a portare “l’effigie a quel punto di follia in cui l’affetto (l’amore, la compassione, il lutto, l’impeto, il desiderio) è garante dell’essere”.

Documentare la resistenza

Superfluo è a questo punto sottolineare come il ritratto animalista di Belacchi sia distante dal ritratto ideale, che lavora sulla sintesi e sul segno universale. Belacchi interroga le forme visibili e ci mostra individui ormai macellati, un tempo vissuti in condizioni di costante sofferenza e avversione nei confronti della vita stessa e delle sue leggi. Documentare la resistenza, l’indocilità, la mancata rassegnazione degli animali da reddito significa per l’autore mostrare l’inesausta volontà da parte di questi soggetti di conservare la propria animalità. Esattamente come per i deportati dei campi nazisti conservare l’umano significava non adeguarsi all’idea che la vita potesse ridursi a un tale inferno.

Comment expliquer que ce qu’il découvre n’est pas quelque chose d’épouvantable, n’est pas un cauchemar, n’est pas quelque chose dont il va se réveiller brusquement, quelque chose qu’il va chasser de son esprit, comment expliquer que c’est cela la vie, la vie réelle, que c’est cela qu’il y aura tous les jours, que c’est cela qui existe et rien d’autre, qu’il est inutile de croire que quelque chose d’autre existe, de faire semblant de croire à autre chose. (Georges Perec, W o il ricordo d’infanzia.)

Se la verità folle non basta

Ai tempi in cui Sontag pubblicava Sulla fotografia forse non si parlava di economia dell’attenzione. Oggi sappiamo che è di questo che si tratta e che la fotografia non ottunde affatto la nostra capacità di provare pietà. Come avviene in altri ambiti, al fotoreportage animalista si può chiedere ancora di catturare l’attenzione e tenendosi lontano quanto è possibile dai rischi della spettacolarizzazione del dolore, risvegliare il pensiero, le domande, quelle che conducono all’azione consapevole, etica e politica. Quella di Stefano Belacchi è una via, forse ce ne sono altre e non si dovrebbe smettere di cercarle.

Io credo che nelle fotografie di Stefano Belacchi la verità folle sia stata raggiunta. Penso alla scrofa con lattonzoli fotografata in un allevamento intensivo in Lombardia nel 2011, ai tacchini fotografati in Emilia Romagna nel 2016 e ai vitelli separati dalla madre, fotografati nello stesso anno sempre in Emilia Romagna. Sappiamo però che la sensibilità umana non è uniforme e che è condizionata da fattori sui quali la fotografia evidentemente non riesce a incidere.

È da questa presa di coscienza che nasce Un incontro mancato. Ed è per questo che la risposta alla domanda fondamentale resta la stessa: fotografarli o liberarli? Liberarli, non c’è dubbio. Un allevamento vuoto non produce reddito.


Il libro


References
  1. Soulages, François. Esthétique de la photographie : La perte et le reste. Armand Colin, 2017.[]
  2. Berger, John. Sul guardare. Il Saggiatore, 2017.[]
  3. Barthes, Roland. La camera chiara. Nota sulla fotografia. Einaudi, 2003.[]
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