Sul ritratto e sul ritocco: da Nadar a Destroy My Face di Erik Kessels | I taccuini di Perec
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Sul ritratto e sul ritocco: da Nadar a Destroy My Face di Erik Kessels.

Tempo di lettura stimato: 10 minuti


Volevo scrivere un post sul ritratto e con la testa piena di immagini e nomi di ritrattisti attraversavo una di quelle polemiche che periodicamente si accendono su Twitter. Sto parlando di Erik Kessels, del suo Destroy My Face al BredaPhoto Festival e della reazione che ha provocato.

Dalle origini della fotografia a oggi non è cambiato niente ed è cambiato tutto. Non è cambiato il rapporto che abbiamo con la nostra immagine che continuiamo a confondere con la nostra identità perché è la parte più visibile di noi ed è immediatamente esposta al giudizio altrui. Vogliamo costruirla e controllarla.

Sono cambiate invece le aspettative degli operatori della cultura, soprattutto quelli più giovani, che si aspettano di più da chi li ha preceduti: idee, autocritica, impegno.

Il BredaPhoto Festival

Il BredaPhoto è un festival di fotografia contemporanea che si tiene ogni due anni a Breda, nel Benelux. A ogni edizione gli organizzatori associano un tema sociale di rilevanza internazionale. Per l’edizione del 2020, il tema scelto aveva come titolo I tempi migliori, i tempi peggiori ispirato all’incipit di Racconto di due città di Charles Dickens.

Erik Kessels e i ritratti virtuali di Destroy My Face

Le mostre legate al circuito del BredaPhoto sono solitamente dislocate in diverse aree della città. Quest’anno lo Skatepark Pier 15 ospitava un’opera site specific di Erik Kessels intitolata Destroy My Face. L’area del parco accessibile agli skaters era ricoperta da fotografie stampate su fogli adesivi di 4×4 metri. Le fotografie erano immagini digitali create con un algoritmo e rappresentavano volti umani segnati dalle tipiche deformazioni causate dagli interventi di chirurgia plastica. Ottocento fotografie, selezionate su internet, di persone reali sottoposte a simili operazioni al volto, sono state trasformate dall’algoritmo creato da Erik Kessels in 60 immagini virtuali, non corrispondenti a nessun essere umano esistente o mai esistito.

Come si può leggere nello statement, Kessels intendeva con questo lavoro risvegliare nei visitatori del BredaPhoto Festival un atteggiamento critico verso la società dell’apparenza sia sul versante della vita reale, nella quale gli interventi di chirurgia plastica – o quei piccoli interventi tesi a modificare l’aspetto delle epidermidi invecchiate – sono sempre più numerosi, sia sul versante della nostra attività on line dove tendiamo a creare una vita artificiale presentandoci al mondo sempre belli e perfetti.

Perché uno skate park? Perché gli skaters avrebbero dovuto, nelle intenzioni di Erik Kessels, attraversare il parco sulle loro tavole ricreando sui volti appiccicati al pavimento quei segni del tempo che la nostra società tende a cancellare. Allo stesso tempo, il titolo dell’opera creava un legame concettuale tra la distruzione dei volti virtuali operata dalle ruote degli skateboard e quella provocata talvolta dagli interventi chirurgici, quando giungono a deformare i tratti somatici fino a renderli improbabili.

Le critiche a Destroy My Face di Erik Kessels

Destroy My face di Erik Kessels ha sollevato critiche pesanti: è stata accusata di misoginia e di incitamento alla violenza. Una petizione firmata da circa 2000 persone ne ha chiesto e ottenuto la rimozione. Non mi soffermo sulle critiche, sui torti e sulle ragioni. Vorrei però introdurre una notazione storica alla quale la stessa petizione sembra riferirsi, senza richiamarla in modo esplicito.

L’atteggiamento di Erik Kessels, teso a sollecitare posizioni critiche verso aspetti problematici della società contemporanea, soprattutto se associati all’utilizzo e alla diffusione dei media, ha un nome: si chiama post-modernismo. L’arte post-moderna aveva un punto debole che tutti gli storici dell’arte conoscono: non poteva uscire, per ragioni strutturali, dalle problematiche che indicava, perpetuando indefinitamente le pseudo-realtà alle quali avrebbe voluto opporsi.

Chi ha scritto quella petizione ha colto perfettamente questo aspetto in Destroy My Face di Erik Kessels. La violenza masochistica che l’artista olandese riconosce nello smisurato ricorso alla chirurgia estetica e alla manipolazione digitale sulla rappresentazione dei volti umani, si ribalta nel sadismo degli skaters che avrebbero dovuto spensieratamente pattinare su quei volti come in un gioco virtuale riportando il rapporto opera/ambiente/processo sullo stesso piano dell’artificialità e della violenza che si volevano esporre alla critica dei contemporanei.

Purtroppo per Kessels, gli skaters pensano e si sono rifiutati di prestare al suo gioco la passione per lo skateboard. L’arte post-moderna in America iniziò a manifestarsi all’inizio degli anni ‘80. Per quanto criticata, per gli aspetti appena discussi e per le loro conseguenze, essa svolgeva in quegli anni una funzione sociale necessaria. Oggi, nella società fortemente polarizzata che abitiamo, sembra farsi spazio l’esigenza di una diversa sensibilità.


Il ritratto e gli ateliers fotografici

Poiché avevo pensato di scrivere un post sul ritratto, avevo fresca nella memoria la decisa critica rivolta da Italo Zannier ai ritratti pesantemente ritoccati di Ghitta Carell. Avevo infatti appena riguardato e riletto quel poco che la mia libreria mi offre sull’argomento:

Orribili immagini, in effetti, quelle della Carell, che nessuna nostalgia può migliorare.

Bertelli, Carlo, et al. L’io e il suo doppio: un secolo di ritratto fotografico in Italia. Alinari, 1995.

La nostalgia: questo strano sentimento che ci porta a percepire la mancanza di qualcosa che potremmo non aver nemmeno vissuto, ma a cui ci aggrappiamo alla ricerca di un reale che sostituisca il vuoto presente. La nostalgia che ci porta a rivestire con il nostro desiderio la falsa proiezione del desiderio altrui. Facce di plastica, bambole di plastica, palle di vetro con la neve dentro, souvenirs

Fin dai tempi di Nadar

Intendiamoci, la Carell è un capro espiatorio. Il ritocco e la manipolazione nella ritrattistica fotografica nascono verso la metà dell’Ottocento con l‘apertura degli studi fotografici nelle grandi città e con la diffusione del ritratto tra i rappresentanti della nuova borghesia francese, come sa bene chi ha letto qualcosa sulla fotografia delle origini.

Ricordate l’ironia rassegnata con la quale Nadar, nel suo libro autobiografico, parlava dei clienti e delle loro reazioni alla consegna delle prove di stampa? Nell’esercizio della professione Nadar aveva riscontrato fatuità e civetteria equamente distribuite tra i sessi. Attori e ufficiali dell’esercito si erano rivelati tra i professionisti maggiormente affetti da questo “male difficilissimo da curare”.

Negli uomini considerati più seri, nei personaggi più eminenti, ho riscontrato inquietudine, agitazione estrema, quasi angoscia per il più insignificante particolare del loro abbigliamento o per una sfumatura nella loro espressione. Cosa rattristante, talvolta perfino ripugnante. Uno di costoro una volta mi si precipitò in casa, di primo mattino, il giorno dopo la sua visita per l’esame delle prove, stravolto per un capello – dico un capello – che sporgeva sulla scriminatura e che voleva assolutamente vedere a posto. “Non ci sarebbe un mezzo, signor Nadar? E non sarebbe il caso di rifarla meglio?”. Ecco cosa quell’uomo solenne, trascurando ogni impegno, veniva a domandarmi all’alba. Non aveva chiuso occhio l’intera notte, e me lo confessò candidamente.

Nadar, Félix. Quando ero fotografo. Abscondita, 2004.

Ghitta Carell e il ritratto compiacente

Così ai tempi di Nadar. Tra le due guerre, ai tempi di Carell, l‘arte della falsificazione e della lusinga aveva raggiunto livelli insperati. Stampe morbidissime e studi molto illuminati potevano bastare a cancellare dai volti ogni sintomo d’età. Qualora non fossero stati sufficienti, la sabbiatura del retro della lastra sortiva effetti prodigiosi. Nei casi più disperati, il ritocco del negativo poteva farsi pesante sino alla completa alterazione dei connotati.

Riconoscersi? Erano finiti i tempi in cui un cliente poteva uscire dallo studio di Nadar con la fotografia di un’altra persona, scambiandola per la propria e ritenendosi pienamente soddisfatto, ma resisteva ancora quel desiderio caparbio di una bellezza ideale, quella delle copertine dei rotocalchi, omogenea agli occhi dei più.

Tradizione e innovazione nel ritratto fotografico

Gli schemi rappresentativi persistono coriacei, soprattutto in ritrattistica. Il ritratto è un genere dotato di codici propri, elaborati nel corso dei secoli e in Italia, tra le due guerre, la dipendenza della fotografia dai codici pittorici era ancora un elemento frenante sulle deboli volontà innovatrici.

L’Eleonora Duse di Mario Nunes Vais del 1908 e la Lyda Borelli di Emilio Sommariva del 1913 reclinano all’indietro la testa con lo stesso estatico e aristocratico abbondono. Erano due attrici e la loro rappresentazione rispettava le attese di un vasto pubblico. L’innovazione all’interno dei codici rappresentativi è questione di poetica e Sommariva era, tra i ritrattisti italiani, uno dei più classicheggianti.

Le differenze erano dettate dalle scelte compiute dagli autori che potevano dirigere i propri sforzi in funzione del mercato o della ricerca. Una forbice già evidente verso gli anni ‘60 dell’Ottocento, che aveva segnato la divaricazione tra professionisti e dilettanti, più liberi, questi ultimi, di dedicarsi all’arte. Tra i professionisti, la capacità di gestire entrambi gli aspetti del lavoro si faceva determinante.

Per quanto non fossero di qualità eccelsa, i lavori di Ghitta Carell erano dotati di uno stile preciso, teso innanzitutto al mercato e al guadagno, alla soddisfazione di una clientela facoltosa e altolocata. Quando si trattava di fotografare i divi del cinema, lo stile Carell non mutava.

Elio Luxardo

Questo stile, che serviva alla “migliore” rappresentazione di personalità fisicamente normodotate, liberandosi dall’esigenza di correggere difetti fisici palesi, diventava nell’atelier di Elio Luxardo – frequentato prevalentemente da attori e modelli – tensione compositiva, aperto gioco di luce e di contrasti tonali. Per sedurre i contemporanei Luxardo guardava alla dinamicità costruttivista e futurista, ne riprendeva l’uso della diagonale aggiungendovi un proiettore spot per il controluce nei capelli. Sempre liberi, i capelli, spesso mossi dal ventilatore del cambiamento.

Mario Castagneri

Al futurismo guardava anche Mario Castagneri. Aveva aperto diversi studi a Milano e aveva un’anima da artista che esercitava attraverso la passione per il restauro pittorico – che divenne la sua professione a metà degli anni ‘30 – e con la pratica delle tecniche fotografiche di matrice pittorialista. Non si trattava per Castagneri di un accomodarsi su posizioni culturali ormai obsolete altrove, egli aveva una personale propensione alla pittura che lo spingeva nella sua attività di ritrattista verso le stampe alla gomma bicromata, al carbone, ai bromoli.

Era, del resto, la stessa propensione che lo conduceva verso la sperimentazione formale. Amico e frequentatore dei più noti e anche controversi intellettuali del periodo, aveva lavorato con Marinetti e Depero e ne aveva assorbito l’estetica. Tipicamente suoi i ritratti decontestualizzati, le inquadrature ravvicinate e contrastate. Siamo qui davvero lontani dalla luminosità lattiginosa dei comuni ritratti d’atelier. Solo due esempi: il suo Guido Keller del 1930 e il Depero del progetto per la copertina del libro New York film vissuto del 1933.

Dateci quel che viene dopo, quel che viene oggi

Se si ripercorre, anche molto velocemente, la storia del ritratto fotografico, dalle origini ai giorni nostri, c’è da chiedersi per quale ragione ci si stupisca per quella mania che Erik Kessels nello statement di Destroy My Face ha definito insta-perfect.

Le differenze nell’interpretazione del ritratto come genere, nei tre autori ai quali si è accennato, attivi nello stesso ambiente e negli stessi anni, definiscono le sfumature che la volontà e la creatività di ciascuno di loro introduce all’interno di una pratica codificata e soggetta ai desideri, non sempre edificanti, del committente.

Sono cambiati i tempi e gli strumenti. Oggi la partita si gioca su due campi, quello della realtà e quello della virtualità, ma il “sentimento” che sta dietro a entrambi è il medesimo e il nostro tempo non è né migliore né peggiore dei tempi passati.

Perché limitarsi a ritoccare un negativo o un’immagine fotografica o inventare l’album di famiglia, quando possiamo cambiare il nostro volto, il nostro corpo, per offrire direttamente la falsa realtà di noi stessi che desideriamo? C’è ancora chi dubita che la chirurgia estetica sia figlia del ritocco fotografico?

Scianna, Ferdinando. Lo specchio vuoto. Fotografia, identità e memoria. Laterza, 2014.

Rispetto a 40 anni fa, quando Cindy Sherman esponeva i suoi Untitled Film Stills, ciò che è diverso – né maggiore né minore, diverso – perché è diverso il mondo che abitiamo e perché sono diverse le persone che lo abitano, è l’impegno che si richiede a tutti gli operatori dell’industria culturale, creativi compresi.

Se impegno si intende offrire, come esplicitamente dichiarato da Erik Kessels, limitarsi a indicare e a stigmatizzare non è più accettabile. Per svolgere operazioni di questo tipo occorre essere molto preparati. Se non lo siete, dateci almeno la bellezza, la decorazione, la poesia. Vedremo di accontentarci.


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